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Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra forza. Studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza. (Antonio Gramsci)
politica interna
17 dicembre 2011
Vendola, sì a Monti fino in primavera
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Il governatore della Regione Puglia e leader di Sel, Nichi Vendola, non nega il suo appoggio a un governo tecnico presieduto da Mario Monti, ma detta le condizioni: "Se il mondo e' angosciato per la situazione del debito pubblico italiano, si faccia un governo di scopo che ci porti in primavera alle elezioni e in queste settimane faccia una 'patrimoniale pesante', una pesante tassazione delle rendite finanziarie e tagli le spese militari" ha detto Vendola nel corso di una conferenza stampa che si e' tenuta oggi all'Ambasciata d'Italia a Pechino.

 

Se il governo tecnico dovesse adottare esclusivamente una politica di tagli e dismissioni, Vendola opporrebbe quella che egli stesso definisce "ribellione": "Non vorrei neanche immaginare un governo di tecnici, sostenuto dal Partito Democratico, dal Terzo Polo e con l'astensione della PdL - ha proseguito il leader pugliese - perche' rischierebbe di essere un governo che fa le cose che non e' riuscito a
completare Berlusconi, in continuita' col passato, un governo che consente alla destra di rifarsi una verginita' e alla sinistra di suicidarsi. A uno scenario fantapolitico del genere, la mia risposta non puo' che essere quella della ribellione".

Da Pechino, dove e' in visita per stringere accordi tra la Regione Puglia e le province cinesi del Guangdong e dello Zhejiang, il governatore manda segnali agli alleati del suo
schieramento: secondo Vendola, l"alleanza di Vasto' tra Pd, Idv e Sel "non e' in frantumi". "Bersani ha detto che e' importante sostenere un governo di emergenza, per un periodo limitato, con un programma di equita' sociale, e ha usato la parola discontinuita', sulla quale sono d'accordo. Di Pietro ha gia' un giudizio su quello che potrebbe essere il segno di questo governo, un governo che magari non fa la patrimoniale, ma si occupa di rendere ancora piu' selvaggio il mercato del lavoro, e per questa ragione mette le mani avanti. Io parlo di un governo di scopo, e questo scopo non puo' che essere l'equita' sociale, e poi le elezioni a primavera. Altrimenti,
con le elezioni a gennaio, si rischiano altri due mesi di campagna elettorale, che per l'Italia sarebbero una sciagura".

La ricetta di Vendola esclude una modifica della legge elettorale, a meno che non passi attraverso le indicazioni del referendum: "Se, come hanno indicato un milione e duecentomila cittadini italiani, il 'Porcellum' e' una vergogna, basta un articolo per cancellarlo e ripristinare il sistema elettorale precedente. E' l'unica possibilita': si fa in un giorno e ci consente di non usare l'alibi della riforma per tirare a campare".

Infine, il governatore della Regione Puglia ha espresso
nuove parole di stima per il Presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano: "Il Presidente della Repubblica e' stato davvero un faro nella buia notte italiana, ha rappresentato l'immagine orgogliosa e non quella vergognosa dell'Italia, ha tenuto in piedi con pazienza e costanza il dialogo tra le forze politiche, ha richiamato gli italiani al senso di responsabilita'. Ma non possiamo chiedere a Napolitano di fare piu' di quello che ha fatto, non compete al Capo dello Stato di decidere i contenuti di un governo e dell'agenda politica, perche' cio' compete alla politica".

"Non possiamo nasconderci dietro il Quirinale- ha concluso Vendola - se abbiamo la forza di mettere in piedi un governo che fa in poche settimane due o tre cose dell'equita' sociale, e' bene, e in primavera si va a votare. Se non abbiamo questa forza, si va a votare a gennaio. La crisi economica e' anche figlia della crisi politica, e alla crisi politica si risponde con la democrazia".




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13 novembre 2011
riflessioni personali sulle dimissioni di berlusconi

ora che berlusconi nn c'è piu che sarà dell'italia?....girovagando sul web se ne sentono di tutte le versioni ...
monti e peggio quello è meglio...ecc ecc
io credo che saranno gli italiani a valutare la cosa fra qualche tempo ...e credo che visto che le leggi in ogni caso vanno discusse in parlamento(o cosi bisognerebbe fare)avendo destra e sinistra insieme forse si faranno leggi utili almeno per uscire da sto casino ....e nn per darsi contro a priori .

la storia insegna ed è ciclica in ogni caso si ripete secondo le ere ....il dio denaro esiste da quando lo hanno inventato...l'italia è finita in mano alle banche ma nn so a questo punto cosa sia peggio...vero che i politici sono i camerieri delle banche ,destra o sinistra sembra cambiare poco ormai ....

.....festeggio cmq le dimissioni del premier perche dovremmo essere in democrazia .....nn si sentiva tanto la differenza da una dittatura.....

..nn so il fututo ma se nn siamo neanche speranzosi qui la cosa si fa ancora piu nera.......stasera chi vuole  festeggia domani si vedrà....notte a tutti





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politica interna
13 novembre 2011
Crisi di governo, Berlusconi al Quirinale per rassegnare le dimissioni

Scritto da il 12 novembre 2011 in Politica

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auto 300x216 Crisi di governo, Berlusconi al Quirinale per rassegnare le dimissioniIl presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è salito pochi istanti fa al Quirinale per rimettere il suo mandato nelle mani del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Dopo il voto al decreto di Stabilità di questo pomeriggio alla Camera, l’attesa era rivolta tutta a quanto sarebbe accaduto in serata. Verso le 19 l’annuncio da parte del Quirinale: alle 20.30 il capo del governo sarebbe arrivato al Quirinale. Notizia confermata poco dopo anche da una nota della Presidenza del Consiglio.

Al momento dell’uscita del premier da Palazzo Grazioli, la folla l’ha “salutato” al grido di “Buffone”. Stessa accoglienza sulla piazza del Quirinale dove le auto presidenziali hanno sfilato tra due alle di folla che urlavano “in galera!”.




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8 novembre 2011
Il giallo della telefonata con Bechis Crosetto ammette: «Ero io»

Ma il sottosegretario spiega: «Privacy violata, ho negato perché non volevo ferire Berlusconi, gli voglio bene»

Guido Crosetto
Guido Crosetto
MILANO - «Non mi va di raccontare balle. Non ne sopporto il peso. La telefonata con Bechis è mia». A tarda sera crolla il mistero sulla fonte che ha annunciato al vicedirettore di Libero le dimissioni imminenti del premier Berlusconi. È stato Guido Crosetto a passare al giornalista l'informazione poi smentita dallo stesso presidente del Consiglio. Ma sebbene infondata, la notizia ha tenuto banco per tutta la giornata. E la voce contraffatta dell'audio diffuso dal giornalista ha scatenato la curiosità del web: «Quella testa di c... è andato a Milano, ma entro domani si dimette». Rivelava l'esponente del Pdl. Frasi colorite ma a quanto pare efficaci, dal momento che su twitter è partita la caccia a #lamicodibechis.

L'audio rallentato
L'IMBARAZZO - «La mia privacy è stata violata. Era un discorso con un vicedirettore, giornalista che conosco da undici anni», aggiunge il sottosegretario alla Difesa, imbarazzato per il riferimento poco cortese a Berlusconi. «L'epiteto iniziale è semplicemente un modo magari colorito di parlare tra persone in confidenza da anni, di un terzo amico di cui non condividi in quel momento una decisione e cioè quella di andarsene da Roma. A caldo pensavo fosse più semplice liquidare tutto negando, esclusivamente per non ferire una persona alla quale sono affezionato ed a cui voglio bene, con un termine che mi capita di usare con molti amici, non contestualizzando in un dialogo in libertà. Riflettendo con calma preferisco la verità. Non è mia abitudine mentire e, non voglio iniziare a farlo». Questo è l'epilogo. Ma la giornata che ha consacrato i social network come un canale primario di comunicazione politica era cominciata molte ore prime.

La voce alterata
IL TWEET DELLA DISCORDIA - «Berlusconi si dimette». Alle 10.30 di lunedì mattina Franco Bechis assapora il brivido dello scoop su twitter. Sulla rete cominciano i trenini di gioia, come a capodanno. Ma la doccia fredda per il vasto popolo degli antiberlusconiani è dietro l'angolo. Tempo due ore, e Berlusconi smentisce via Facebook: «Le voci di mie dimissioni sono destituite di fondamento». Il commentatore di Libero viene bollato come «troll» dai signori del TT, e un paio di deputati di Italia dei Valori e Fli sollevano accuse di aggiotaggio. Al solo udire la parola dimissioni Piazza Affari è infatti decollata. Per poi ripiombare all'arrivo della smentita su valori rasoterra. Bechis, che conosce le regole del mercato (e anche il codice penale), corre subito ai ripari, e pubblica l'audio della telefonata (opportunamente registrata) con una delle sue fonti. La voce è alterata, ma basta rallentare l'audio ed ecco spuntare il pastoso accento piemontese dell'onorevole Crosetto. Che dopo qualche smentita di circostanza, a tarda notte ammette.



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8 novembre 2011
Berlusconi: 'Voglio vedere in faccia chi prova a tradirmi'
Foto Berlusconi: 'Voglio vedere in faccia chi prova a tradirmi' Le opposizioni e i dissidenti Pdl si preparano a un possibile governo di larghe intese

Roma  -  Che il governo sia in bilico è evidente da giorni. Quello che è ancora incerto è quale scenario si aprirà domani con il voto sul rendiconto di bilancio. Il premier ha posto la fiducia sul provvedimento, ma mai come ora la fiducia riguarda in realtà la tenuta della maggioranza. Berlusconi è consapevole della criticità del momento, ma continua a testa bassa a difendere la sua posizione.

Non solo il premier esclude la possibilità di un governo di larghe intese, ma smentisce anche con forza le voci che giudicano imminente il fatidico "passo indietro". E' stato Giuliano Ferrara a diffondere oggi questa notizia: "La via d'uscita c'e'. Invece di prolungare l'agonia, Berlusconi si presenta alle Camere, chiede la fiducia per varare la legge di stabilita' e il maxiemendamento, annuncia che si dimettera' un minuto dopo e che chiede le elezioni a gennaio. Di questo si discute".

Ma Berlusconi è netto: "Non mi dimetto. Domani si vota il rendiconto alla Camera, quindi porro' la fiducia sulla lettera presentata a Ue e Bce - ha spiegato al telefono con Libero -. Voglio vedere in faccia chi prova a tradirmi". In effetti, il rischio del "tradimento" è alto: le defezioni nel Pdl - con o senza uscite clamorose dal partito - sono sempre più numerose. C'è chi, come Pisanu, non ha mai fatto mistero della sua preferenza per le elezioni anticipate. C'è chi, come Frattini, Matteoli e Sacconi, punta ad allargare la maggioranza con la convinzione di ottenere la fiducia. Ma allargare la maggioranza implica che si riconosca che questa non è più sufficiente: lo sa bene la Lega, alleato di ferro, che con Maroni ha lanciato l'ultimatum: se la maggioranza non c'è, si vota.

Inizieranno domani alle 15:30 nell'Aula della Camera le votazioni sul disegni di legge di rendiconto e di assestamento del Bilancio dello Stato. Saranno in tutto quattro le votazioni su cui l'Assemblea di Montecitorio sarà chiamata ad esperimersi. Sul rendiconto è prevista un'unica votazione: il testo è stato infatti trasformato in un unico articolo. Sono, invece, quattro le votazioni per l'assestamento: una per ciascuno dei tre articoli e uno per il voto finale.

Sono già partite le grandi manovre per prepararsi a un eventuale "governo di larghe intese". Le opposizioni sono già state ricevute da Napolitano per dei colloqui informali. Chiunque dovesse partecipare a un nuovo esecutivo, dovrà reggere il timone di una nave in tempesta. Lo sa bene Gianni Letta, uno dei papabili premier (nel caso si evitassero le elezioni anticipate). Intervenuto in una conferenza stampa, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ha dichiarato: "Nel passaggio da un governo all'altro - non è che lo stia auspicando - gli impegni assunti non cambiano, continuano: si chiama principio della continuità amministrativa. Il patto sottoscritto oggi (tra Regioni, Governo e Ue, ndr) resiste - ha concluso Letta - ad ogni evento ammesso che eventi di quel tipo ci siano".


Veronica Benigno



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16 settembre 2011
Aumento di IVA e IPT: cosa cambia per l'automobilista

Aumento di IVA e IPT: cosa cambia per l'automobilista

Da sabato 17 settembre molti rincari e poche scappatoie

Da sabato 17 settembre scatta per gli italiani l'aumento dell'IVA, che passa dal 20% al 21%, portandosi dietro l'aumento del prezzo di ogni genere di bene. Aumenta tutto: dall'acqua minerale al sapone per i piatti, dagli alimenti alle bollette, passando ovviamente per il prezzo di mantenimento o acquisto di un'auto. Si salvano solo il pane, il latte e i pomodori su cui resta un'aliquota fissa del 4%. E per gli automobilisti c'è anche un'altra stangata: l'aumento dell'IPT, ovvero della tassa provinciale di trascrizione che si paga nel momento di acquisto di una vettura (nuova o usata) e che non è più fissa, ma variabile in base ai kW. Un aumento che solo sul fronte dell'IVA determinerà un aggravio di costi per gli italiani di quasi 220 euro per ogni auto acquistata (435mln di euro all'anno), dice Federauto. E non parliamo di carburanti, pedaggi o parcheggi. Qui la stima è difficile perché varia dalle Alpi alla Sicilia, ma è ovvio che, con l'aumento dell'IVA, si dovrà fare i conti anche con questo, e con l'affitto di un garage, se non se ne possiede uno.

IVA AL +21%, UNO 0,1% CHE PESA COME UN MACIGNO
Le spese per l'auto pertanto aumentano da ogni punto di vista, compreso quello dell'acquisto, sebbene non sia ancora chiaro se il rincaro dell'IVA peserà da subito sull'automobilista o se le case o i concessionari si faranno carico della differenza per sostenere le vendite almeno per un periodo. Guardiamo ad Opel per esempio. Il marchio tedesco ha comunicato ieri che chi acquisterà un'auto entro settembre non dovrà preoccuparsi dell'aumento dell'IVA. Ed il suo esempio potrebbe essere seguito da altri costruttori. Tuttavia le case non possono farsene carico per sempre e l'automobilista pagherà quel 21% di IVA. Questo significa che, per esempio, comprando un'utilitaria da 10.000 euro circa, come può essere una Fiat Punto, che è l'auto più venduta in Italia, si pagheranno all'incirca 210 euro di IVA anziché 200 e per una sportiva da 100.000 euro, come una Porsche 911, 2.100 euro di IVA anziché 2.000.

L'IPT NON E' PIU' FISSA, MA VARIABILE IN BASE AI KW
Il capitolo IPT è più delicato, perché l'importo fisso finora compreso tra i 151 euro e i 196 euro, a seconda della provincia e con la possibilità per ogni amministrazione locale di aumentarla fino al 30% rispetto all'importo base, diventa variabile al di sopra dei 53 kW. Quindi: fino ai 53 kW l'IPT resta quella attuale, al di sopra l'imposta è proporzionale alla potenza ed è compresa, sempre a discrezione delle province, tra i 3,5119 euro/kW e i 4,5655 euro/kW. Facciamo un esempio: per una Hyundai ix20 1.4 CRDi (66 kW, 90 CV) l'aumento sarà del 53% circa, per supercar del calibro Lamborghini Aventador (515 kW, 700 CV) di oltre il 1000%. Per quanto concerne poi gli aumenti tariffari che ciascuna Provincia può disporre, è da notare che questi sono stati già varati negli anni passati dalle amministrazioni Provinciali. Così, ad esempio, fa sapere l'ACI che l'aumento è del 25% per Crotone, Lecco, Messina e Sondrio; del 29% per Vercelli; del 26% per Perugia. La maggior parte delle Province hanno deliberato un aumento del 30% (ben 50 Province, nella misura di 4,56 euro per kw) e del 20% (45 Province, nella misura di 4,21 euro per kw). Nessun aumento, invece, per sei Province: Aosta, Bolzano, Prato, Trento, Brescia e Firenze.
Restano infine escluse da quest'ultima manovra finanziaria le Regioni a statuto speciale (Sicilia, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Valle d'Aosta) e le Province autonome di Trento e Bolzano.




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18 agosto 2011
Islanda, la “Gloriosa Rivoluzione” di cui nessuno parla
Scritto da Michael Vittori //   5 agosto 2011   

rivoluzione islanda 300x196La Gloriosa Rivoluzione del nuovo Millennio. Nelle temperie politico-economica del momento, tra speculazioni e Borse sull’orlo della crisi isterica e governi che annaspano di fronte alle bizze dei mercati, non può che destare impressione la rivoluzione dal basso avvenuta in Islanda.

Dopo lo shock del default del 2008, nella Repubblica dei geyser i cittadini hanno preso in pugno la situazione, riscrivendo da zero le leggi del vivere comune e imponendo nuove regole al ‘dissoluto’ mondo finanziario. La classe dirigente che aveva portato il paese nel baratro è stata pacificamente allontanata e il popolo sovrano ha posto le basi per un futuro veramente democratico. E adesso sta essere garantita anche la totale libertà d’informazione.
Peccato, però, che nessuno dei nostrani organi d’informazione principali ne parli, né i quotidiani più importanti tanto meno la televisione. L’unico a riportare la notizia è stato il Fatto Quotidiano e centinaia di blogger tra cui in primis Informare x Resistere. Eppure la rivoluzione senza sangue sulla falsariga dell’antenata inglese del 1688, è di enorme portata. E noi di Mondoliberonline, promotori del giornalismo partecipativo, non possiamo esimerci dal raccontarvela.

I fatti

Il collasso economico dell’Islanda risale al 2008. Nel settembre di tre anni fa la nazionalizzazione della più importante banca del paese, la Glitnir Bank, si rivela la classica goccia che fa traboccare il vaso: la moneta crolla e la Borsa sospende tutte le attività. L’Islanda viene dichiarata ufficialmente in bancarotta.
Nel gennaio del 2009 le proteste dei cittadini di fronte al Parlamento provocano le dimissioni del Primo Ministro Geir Haarde e di tutto il Governo – la Alleanza Social-Democratica (Samfylkingin) – costringendo il Paese alle elezioni anticipate, ma la situazione economica rimane precaria. Per ovviare alla crisi, il Parlamento propone una legge che prevede il risanamento del debito nei confronti di Gran Bretagna e Olanda, attraverso il pagamento di 3,5 miliardi di euro che avrebbe gravato su ogni famiglia islandese, mensilmente, per la durata di 15 anni e con un tasso di interesse del 5,5%. Una spada di Damocle, una ghigliottina a cui i cittadini non intendono sottoporsi: le piazze tornano a riempirsi,  il popolo chiede a gran voce di sottoporre a Referendum il provvedimento sopracitato.

Passano due anni e lo scorso febbraio il Presidente Olafur Grimsson pone il veto alla ratifica della legge e annuncia il Referendum consultivo popolare. Le votazioni si tengono il mese successivo e il NO, manco a dirlo, vince con consenso bulgaro (93% ). Nel frattempo, il Governo ha disposto le inchieste per determinare giuridicamente le responsabilità civili e penali della crisi. Vengono emessi i primi mandati di arresto per diversi banchieri e membri dell’esecutivo. L’Interpol si incarica di ricercare e catturare i condannati: tutti i banchieri implicati abbandonano l’isola. Contestualmente, viene eletta un’Assemblea per redigere una Nuova Costituzione. Un compito che viene affidato al popolo islandese: vengono eletti legalmente 25 cittadini tra i 522 che si sono presentati alle votazioni. Gli unici tre vincoli per la candidatura sono la maggiore età, disporre delle firme di almeno 30 sostenitori e sopratutto non aver alcuna affiliazione politica.
La rivoluzionaria Assemblea Costituzionale inizia così il suo lavoro e presenta una Magna Carta in cui confluiscono le idee elaborate nel corso delle diverse assemblee popolari che hanno avuto luogo in tutto il Paese. La Magna Carta ora dovrà essere sottoposta all’approvazione del Parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni legislative.

Ma non finisce qui. Dopo questa eccezionale lezione di civiltà, democrazia diretta e sovranità popolare, gli islandesi stanno lavorando ad un altro strumento “rivoluzionario”, l’”Icelandic Modern Media Initiative”, un progetto finalizzato alla costruzione di una cornice legale per la protezione della libertà di informazione e dell’espressione. L’obiettivo è la creazione di un ambiente sicuro per il giornalismo investigativo, una sorta di “paradiso legale” per le fonti, i giornalisti e gli internet provider che divulgano informazioni giornalistiche.

Silenzio da censura

E’ incomprensibile come quotidiani, giornali e televisioni non abbiano documentato questa rivoluzione epocale. E’ come se su una delle notizie più importanti degli ultimi anni sia calata una ‘velina’. Come mai? Forse per non ‘stimolare’ l’opinione pubblica europea a fare altrettanto? Per timore che l’Islanda funga da ‘cattivo esempio’? Emerge così in tutta la sua evidenza il paradosso di quegli organi d’informazione che da un lato lanciano crociate nel nome dell’”libertà d’informazione” e di internet, ma dall’altro tacciono chi dalle parole passa ai fatti.

Se lasciare la rete nella totale anarchia è più che opinabile – vogliamo permettere la pubblicazione di siti incitanti all’odio razziale, revanscisti o ancor peggio pedopornografici come accade ora? – quel che è certo è che se proprio non vogliamo trarre insegnamento dalla lezione islandese, perlomeno dovremmo degnarci, con un pizzico di coerenza, di raccontarla a chi vuole ascoltarla.






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16 agosto 2011
Un’altra farsa sulle province?
Italia

Eccezione dopo eccezione, la manovra taglia soltanto 22 province su 109 - e deve ancora essere emendata dal Parlamento

14 agosto 2011

Uno dei molti capitoli della manovra d’emergenza approvata venerdì dal Governo ha a che fare con l’abolizione delle province, da qualche tempo tema ricorrente nella politica italiana. La questione era già stata oggetto di un tentativo di riforma da parte del Governo, naufragato goffamente tra mille eccezioni e ripensamenti, nonché di un contestato voto parlamentare poco più di un mese fa. Oggi sul Corriere della Sera Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella spiegano perché anche questo tentativo non è da considerarsi una cosa seria.

Il testo della manovra prevede l’abolizione di tutte le province con meno di 300.000 abitanti, ma soltanto dopo il censimento ISTAT previsto per ottobre. Si parla, in tutto, di 37 province su 109. Poi è arrivata una precisazione da parte del Governo, che ha informato che quelle con meno di 300.000 abitanti ma più grandi di 3.000 chilometri quadrati sarebbero sopravvissute al taglio: parliamo di Oristano, Sondrio (la provincia di Tremonti, fanno notare i giornali), Olbia-Tempio Pausania, Matera, Siena, Grosseto, Nuoro e Belluno. Si arriva quindi a 29. Non è finita qui, perché poi arrivano le regioni a statuto speciale. Il presidente del Friuli, Renzo Tondo, ha detto che il Governo non ha competenza sulla sua regione e quindi le province di Trieste e Gorizia non saranno abolite. Si arriva quindi a 27.

Mille chilometri più a sud, a quel punto è stata la volta dei siciliani che per bocca sia del leader democratico Antonello Cracolici sia dell’assessore lombardiano Gaetano Armao hanno precisato che l’isola è ancora più autonoma e dunque, semmai, le Province le aboliscono tutte loro, senza diktat romani. Per precisare meglio la cosa è intervenuto anche Gianfranco Micciché, che è sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ma scrive sul suo blog: «In questo governo siede tanta gente che non conosce il Paese. Esempio: l’accorpamento delle Province regionali di Enna e Caltanissetta è il risultato “matematico” del criterio adottato dal governo, ma è un risultato aberrante». E così, tolte Enna e Caltanissetta, caliamo a 25.

La Sardegna è un’altra regione a statuto speciale: il Governo non può tagliare d’imperio le province senza una legge costituzionale. Il presidente Cappellacci ha detto di voler tagliare le province ma non ci sono provvedimenti concreti all’orizzonte. Quindi per il momento bisogna togliere dalla lista quelle di Carbonia-Iglesias, Medio Campidano, Ogliastra. Arriviamo a quota 22, molte meno del “25-35 per cento” delle province promesso da Calderoli. Anche perché queste 22 province su 109, visto il numero delle eccezioni presente già ora, ancora prima di portare il decreto in Parlamento, non sono contente di quanto sta succedendo.

Tocchiamo ferro, ma alla fine potrebbe spuntarla il coro di quanti si ribellano come il presidente molisano: «Se le Province sono inutili allora perché ne aboliscono solo alcune?». Per salvare quelle che pesano di più dal punto di vista elettorale o contano di più per Bossi che disse «se toccano Bergamo scoppia la guerra civile»? Meglio una scelta netta: via tutte. Magari procedendo con una road map che abbia date e scadenze fisse. Ma tutte, come era già previsto dai padri costituenti. Oppure il processo rischia di incepparsi e rivelarsi una boutade per placare i cittadini infuriati. L’idea di uscirne con un «dose omeopatica» di Province può essere suicida.




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16 agosto 2011
Bersani: «La manovra è già figlia di nessuno»

Il Pd: paghino gli evasori. Prodi: «L'euro non finirà».

«La manovra è già figlia di nessuno. Il Pd è pronto al confronto in Parlamento ma a due condizioni: paghino gli evasori e si introducano misure strutturali per equità, crescita e lavoro». Così il segretario del Pd Pier Luigi Bersani ha criticato il dibattito interno alla maggioranza e indicato le condizioni dei democratici in vista della presentazione della manovra il 17 agosto al Senato.
FIGLIA DI NESSUNO. «Visto che il decreto sulla manovra», ha sostenuto Bersani, «è stato approvato all'unanimità dal Consiglio dei ministri viene da chiedersi: in Cdm c'erano le controfigure? Possibile che dopo poche ore la manovra non sia più figlia di nessuno? La verità è che un governo di sopravvissuti può solo scrivere le sue decisioni sulla sabbia».
CONTRO L'EVASIONE. «Berlusconi dice adesso», ha aggiunto il leader Pd, «che sta riflettendo. Sappia dunque che se governo e maggioranza vogliono davvero discutere con noi in Parlamento, dovranno tenere conto di due condizioni: questa volta il contributo di solidarietà devono darlo gli evasori; questa volta ci deve essere nella manovra qualche cosa di strutturale per l'equità fiscale e per la crescita e il lavoro. Se non c'è questo, faranno da soli e con una opposizione che si farà sentire».
«IL CAV NON CHIEDERA' LA FIDUCIA». Quanto alla possibilità che la manovra venga approvata con la fiducia, Bersani si è detto sicuro che il premier non la chiederà. «Adesso dice così perché deve dare un messaggio di tranquillità al suo pollaio, perché c'é un sacco di gente del centro destra che vorrebbe cambiare la manovra. Dopodiché, abbiamo avuto 47 fiducie, e credo che quando saremo 'sotto', per problemi interni alla maggioranza, Berlusconi ci ripenserà».
BOSSI NON FACCIA FINTA DI NON CAPIRE. Più che con Berlusconi, però, il leader dei democratici è stato duro con il Senatùr. «Prima gli dico di non fare il furbo, perché ha capito benissimo ... poi glielo rispiego», ha ironizzato Bersani reagendo alle parole del Senatur che sostiene di non aver capito le proposte del Pd per modificare la manovra. «Primo punto: voglio far pagare il 20% a chi ha pagato il 3 o il 4%, e sono 15 miliardi. Quei soldi li metto alla pubblica amministrazione perché paghi le piccole imprese che sono in crisi di liquidità; poi li metto sulle deroghe dei Comuni ai patti di stabilità perché facciano investimenti per creare un po' di occupazione», ha spiegato il segretario del Pd a radio Popolare.
TRACCIABILITA' E LIBERALIZZAZIONI. «Secondo punto: faccio della tracciabilità seria sull'evasione fiscale; faccio un po' di alienazione di immobili statali e comunali. Terzo punto: risparmi nella pubblica amministrazione e nella politica. Infine faccio un po' di liberalizzazioni». Quindi, ha concluso il leader Pd, «come vede, quello che diciamo noi lo capisce anche un bambino. Il problema è se c'é la volontà politica di farle. E dubito che una parte di queste cose possa farle un governo di centrodestra».
PRODI: L'EURO NON FINIRA', ANCHE BERLINO NE HA BISOGNO. E della crisi che sta mettendo a dura prova l'Europa è tornato a palare anche l'ex premier Romano Prodi: «Sono preoccupato, ma non credo che ci sarà la fine dell'euro», ha detto intervistato da Radio 24. «Quando si va nel concreto e si dice 'abbandoniamo l'euro, i primi ad avere paura ad abbandonarlo sono i tedeschi. In un mondo grande come quello di oggi essere soli non va bene neanche per la Germania», ha spiegato il professore. «Sanno benissimo che solo con l'euro possono avere la forza economica che hanno oggi. Senza l'euro tutti gli altri paesi compresa l'Italia avrebbero svalutato e svaluterebbero la loro moneta». A questo proposito, Prodi ha ricordato come siano mutate le quotazioni lira-marco. «Quando ho iniziato la carriera accademica ci volevano 145 lire per un marco. Quando siamo entrati nell'euro ce ne volevano 990. Abbiamo svalutato del 600 per cento». E dunque? «I tedeschi sanno benissimo che in questo caos non potrebbero gestire una democrazia moderna. Con la demagogia arrivano fino al limite del burrone e dopo si fermano!».
AGENZIE DI RATING COME QUI QUO QUA. Prodi non ha risparmiato stoccate neanche alle agenzie di rating: «Si parla tanto di concorrenza e poi le tre agenzie di rating mondiale sono come Qui, Quo, Qua: vanno d'accordo tra loro», ha afferma. «Sono tutte americane. Si mettono d'accordo. Non c'é niente da fare, istintivamente rispondono a stimoli politici. Ci vogliono agenzie europee, cinesi, indiane. Questa soluzione avrebbe anche un altro vantaggio: quello di rendere relativo il giudizio di queste agenzie che, comunque, ci vuole. Ci vogliono dei controlli e i loro giudizi andrebbero poi presi con una certa saggezza». Qualcuno propone agenzie di rating in mano agli Stati. «Io ho delle perplessità perché evidentemente perderebbero di credibilità. Per definizione ognuno metterebbe l'asino dove vuole il padrone. Nel mercato di oggi è meglio che ci siano tanti asini e tanti padroni»




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POLITICA
16 agosto 2011
Merkel-Sarkozy: sì a un governance per l’Ue Fumata nera sugli Eurobond

Durante la conferenza stampa a margine del vertice i due leader hanno illustrato le proposte franco-tedesche: dal pareggio del deficit, a un'unica governance, fino alla tassazione delle rendite finanziarie. Chiusura sull'emissione delle obbligazioni Ue: "Non servono per uscire dalla crisi"

“Siamo determinati a difendere l’euro”. Con queste parole è cominciata la conferenza stampa congiunta del cancelliere tedesco Angela Merkel e del presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy dopo il vertice del pomeriggio tra i due leader europei.  Un incontro indetto per discutere della governance del Vecchio continente alla luce delle crisi del debito e degli attacchi speculativi che hanno investito diverse economie degli stati membri.

Il primo a prendere la parola è l’inquilino dell’Eliseo che ha annunciato il pacchetto di proposte franco-tedesche: dalla necessità di un unico governo economico per l’Unione europea, alla necessità che i paesi membri raggiungano entro il 2012 il pareggio di bilancio, fino a una tassa europea sulle transazioni finanziarie. Come sottolineano i protagonisti, il pacchetto di proposte sarà inviato domani stesso Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo per una prima valutazione.

Durante il meeting i due leader non hanno parlato degli Eurobond, i titoli di Stato comunitari. A una domanda di un cronista, la cancelliera ha risposto che “quella non è la soluzione per uscire dalla crisi del debito” di Eurolandia. “Magari un giorno si potranno immaginare – ha ribadito Sarkozy – ma solo alla fine del processo di unificazione del Vecchio continente”.

Durante le domande dei giornalisti i due capi di Stato hanno anche espresso il loro apprezzamento per le manovre aggiuntive varate da Italia e Spagna che, secondo Sarkozy “hanno preso in questi giorni decisioni molti importanti per la credibilità della zona euro”.

Riduzione del debito
Una delle priorità individuate durante il vertice franco-tedesco è l’impegno da parte di tutti i paesi membri di raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2012. Secondo il presidente francese, questa deve essere “una delle regole d’oro da inserire nelle costituzioni dei paesi dell’Euro-gruppo. I due leader hanno poi sottolineato come le economie comunitarie debbano essere al top nel ranking mondiali.

Unica governance economica europea
Il Vecchio continente in materia di politiche economiche deve parlare con una voce sola. Questa la posizione del duo Merkel-Sarkozy che annunciano la loro volontà di creare un organismo ad hoc che si occupi di queste vicende. Sarkozy individua anche la personalità che potrebbe presiedere il nuovo organismo: “Francia e Germania propongono HermanVan Rompuy come guida dell’’Euro Council”, ha detto il numero uno francese che aggiunge anche che l’organismo dovrà riunirsi una volta al mese e che il presidente rimarrà in carica per due anni e mezzo.

Tassa sulle transazioni finanziarie
La terza proposta riguarda infine la tassazione degli scambi sul mercato finanziario. “I ministri delle Finanze tedesco e francese – ha detto Sarkozy – hanno posto sul tavolo una proposta comune: tasse sulle transazioni finanziarie”. Secondo i due protagonisti, l’imposta dovrebbe diventare operativa già da settembre.

No agli Eurobond
Questo argomento non era nell’agenda dell’incontro franco-tedesco, ma dopo alcune domande dei cronisti presenti alla conferenza stampa, Angela Merkel ha detto che la creazione di titoli di Stato europei non rappresentano una soluzione per fare uscire le economie dell’area Euro dalla crisi del debito. “Molti credono che questo strumento sia la panacea universale – sottolinea la cancelliera – ma io non credo che questa possa essere la soluzione unica”. Opinione condivisa anche dal leader francese che ipotizza le euro-obbligazioni solo come capitolo finale del processo di unificazione delle politiche economiche dei vari paesi europei. In questo momento, secondo Sarkozy, gli Eurobond rischierebbero di penalizzare lo sviluppo di alcuni paesi, “non hanno legittimità democratica” e “non sarebbero in grado di controllare il debito”.



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6 agosto 2011
ARROGANTI ALLO SBARAGLIO!

ARROGANTI ALLO SBARAGLIO!

Il dato più sconcertante ed avvilente di queste ultimi giorni e in questi venti di crisi è la consapevolezza di avere a che fare con un governo che ha si è deciso ad intervenire e ad assumere le decisioni annunciate ieri solo perchè di fatto commissariato dagli altri governi occidentali. Sono allo sbando, commissariati da Bce e Ue e perseverano nella loro arroganza. Ma ancora più sconcertante ed avvilente è che, per un malinteso senso di autosufficienza, non accolgano i suggerimenti dell'opposizione e perseverino nell'attuare una manovra di bilancio che sarà un massacro per il Paese, perchè produrrà nuove tasse, tutte a carico del cento medio basso



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POLITICA
30 luglio 2011
Crisi: Idv presenta mozione sfiducia al governo

Le motivazioni del partito di Di Pietro : 'Non ha più né onorabilità, né credibilità, né titolo morale a guidare il Paese'

29 luglio, 20:26

ROMA - L'IdV ha presentato una mozione di sfiducia al Governo "che non ha più né onorabilità, né credibilità, né titolo morale a guidare il Paese". Le motivazioni del partito di Di Pietro partono dalla considerazione che il Paese "è guidato da una maggioranza di natura solo numerica" che costringe il Governo ad una situazione di sostanziale immobilismo anche sul fronte delle riforme. Ministeri al Nord, mancanza di risposte alla crisi economica, scandali che coinvolgono membri del governo e guai giudiziari del premier, infine, concludono il quadro per il quale Idv chiede la sfiducia nei confronti di un governo.

"E' evidente, ormai da tempo - si legge nel testo della mozione - che il Paese è guidato da una maggioranza di natura solo numerica. Dopo la fuoriuscita di una parte consistente del centrodestra e la nascita di Fli, di fatto il paese è privo di una maggioranza politica; in questo quadro di tutti contro tutti, di ricatti continui e di atti di compravendita parlamentare, il governo e la maggioranza hanno ampiamente dimostrato di non avere più una visione comune e di non essere più in grado di immaginare e costruire un quadro di riforme per il bene del Paese".

Secondo l'Idv, poi, "l'azione del Governo, sotto scacco di una maggioranza divisa che pone ricatti continui, è capace solo di dar vita ad atti inutili ed inefficaci, e talvolta incostituzionali, come nel caso dell'apertura di sedi distaccate di rappresentanza operativa di 3 ministeri al Nord. Il governo, in una situazione di straordinaria emergenza economica, non ha saputo dare adeguate risposte. Prova ne sia che i mercati hanno bocciato la manovra economica e che l'Italia è sotto minaccia delle speculazioni finanziarie, come avevano segnalato puntualmente le opposizioni, pur consentendo, con grande senso di responsabilità, l'approvazione di una manovra economica in tempi rapidissimi". E' anche "la bocciatura da parte dei mercati e la minaccia di speculazioni finanziarie che incombono", secondo il partito di Di Pietro, che "dimostrano ampiamente che la manovra economica approvata dal governo è recessiva, non credibile perché scarica più del 90 per cento delle misure decisive a dopo la fine della legislatura in corso. Il nostro paese ha perso ogni credibilità sui mercati e gli scenari internazionali, anche a causa di un Presidente del Consiglio travolto da scandali personali, inchieste, condanne e processi che lo riguardano. Oltre al Presidente del Consiglio - viene fatto ancora presente - altri esponenti di Governo sono stati travolti da indagini ed inchieste di grave entità, da ultimo, il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, il cui più stretto collaboratore è accusato di aver commesso plurimi e gravissimi reati, al punto che su di lui pesa una richiesta di arresto della magistratura". Ritenendo quindi "preoccupante e drammatico il quadro dell'attuale scena politica" e "grave ed inaccettabile che il Paese sia rappresentato e guidato da un presidente del consiglio e ministri travolti da scandali ed inchieste" l'Idv chiede che la Camera esprima "la sfiducia al governo".




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politica interna
29 luglio 2011
Norvegia, la Lega sospende Borghezio "Obbedisco. Ma non ho sbagliato"

IL CASO

La decisione dopo le parole shock sulla strage di Oslo. L'europarlamentare, fuori dal partito, decade anche da presidente del Carroccio in Piemonte. Nel primo pomeriggio aveva detto di essere tornato dall'ambasciata di Norvegia dove era andato a portare le sue scuse: "Stavolta l'ho fatta un po' fuori dal vaso".

ROMA - Il Consiglio federale della Lega ha deciso di sospendere dal partito l'europarlamentare Mario Borghezio per le sue dichiarazioni sulla tragedia di Oslo 1. La sospensione è di tre mesi. Borghezio decade anche da presidente del Carroccio in Piemonte. "Oggi in consiglio federale c'è stata una discussione sui temi organizzativi interni alla Lega", ha detto il ministro dell'Interno Roberto Maroni, lasciando la sede della Lega in via Bellerio. E Borghezio ha confermato.

AUDIO: ''Idee di Breivik condivisibili'' 2


"Confermo di essere stato sospeso dal partito per tre mesi, mi ha comunicato la notizia il segretario della Lega del Piemonte Roberto Cota. Sono un soldato politico e quindi non mi resta che obbedire e accettare il provvedimento che ovviamente non condivido, perché sono totalmente innocente", ha detto l'eurodeputato della Lega. "Proprio nel momento in cui le autorità norvegesi - ha aggiunto l'esponente del Carroccio - hanno dimostato di comprendere la mia buona fede accettando con grande generosità e rispetto le mie scuse e le mie condoglianze, la giustizia padana funziona in maniera irremovibile e severa. Da buon padano - ha concluso  Borghezio - apprezzo che abbiano pensato che chi sbaglia paga, ma io non ho sbagliato".

La procura di Milano aveva già aperto un'inchiesta conoscitiva sulle sue dichiarazioni. Secondo quanto è stato confermato, si tratta di un'indagine a modello 45, ovvero senza titolo di reato e senza indagati. Borghezio aveva definito addirittura 'ottime' 3alcune delle idee di Breivik, il 32enne norvegese, autore della strage 4di venerdì, diffuse dall'attentatore sul web 5 poche ore prima dell'attentato.

Nel primo pomeriggio l'esponente leghista aveva detto di essere appena tornato dall'ambasciata di Norvegia, dove era andato a portare le sue scuse per l'effetto delle sue frasi "male interpretate", anche se, aveva ammesso, "stavolta l'ho fatta un po' fuori dal vaso". Sulle presunte 'fratture' interne al suo partito aveva dichiarato: "Bossi ci ha detto sempre, fin dall'inizio di essere operai della politica". Una "frattura vera, politica, non c'è. Semmai ci sono leghisti che discutono su opinioni diverse ma che hanno un obiettivo comune".

E se anche esistessero dei problemi, "ritengo che sia dovere di ogni buon leghista stare dalla parte di Bossi senza se e senza ma". La "nostra ragione sociale - aveva insistito - non è quella della scelta del capogruppo ma lavorare per dare più libertà possibile alla Padania". In ogni caso, "conosciamo al saggezza e la lungimiranza di Bossi" che sarà in grado di "archiviare ogni polemica", anche quella sui ministeri con il Capo dello Stato. Iniziativa che peraltro "non ha niente di eversivo".

Ma oggi sei europarlamentari della lega Nord si sono dissociati dalle parole del loro collega. "Nessuna teoria politica, né filosofica, né religiosa può giustificare l'uccisione di persone innocenti come avvenuto a Oslo - affermano in una nota Giancarlo Scottà, Fiorello Provera, Oreste Rossi, Mara Bizzotto, Claudio Morgante, Lorenzo Fontana -. Una tragedia che rappresenta la negazione di ogni principio di convivenza civile e la degenerazione folle degli estremismi. Così come, da sempre, condanniamo con forza le stragi del fanatismo islamico e l'uccisione di civili per motivi politici o religiosi, oggi esprimiamo il nostro sdegno e la solidarietà ai parenti delle vittime e al popolo norvegese".
(29 luglio 2011)



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28 luglio 2011
Borghezio, un leghista

di Giovanni Gnazzi

Un delirio fondamentalista ha colpito la destra italiana. In una simultaneità oraria, mentre i suoi esponenti parlamentari bocciavano la legge contro l’omofobia, il volto peggiore e delirante della compagine, l’eurodeputato leghista Borghezio, si lanciava in lodi alle tesi folli del nazi-cristiano norvegese Breivik, autore della strage di Oslo. Non è da meno l’ex ministro Speroni, quello del cravattino e dei 360 all’ora in autostrada. Sembrerebbero eventi e temi distanti tra loro; il primo, sull’omofobia che non esiste, frutto di una concezione della libertà e dell’uguaglianza degna del peggiore darwinismo sociale, che prevede la sapiente amministrazione delle stesse a danno delle potenziali vittime.

Il secondo, invece, frutto del delirio di quello che si vorrebbe un mentecatto ma che, in fondo, commette solo l’errore di non utilizzare il filtro tra le farneticazioni mentali e quelle verbali che altri, nel suo stesso partito, utilizzano furbescamente. Quanto a Feltri, che rimproverava i giovani sterminati dal nazista norvegese di non saper reagire, sarebbe auspicabile che a lui, come ai suoi amici, gli venisse tolta la scorta, visto che loro tanto sanno reagire. Risparmieremmo denaro dei contribuenti e avremmo un divertimento assicurato.

Ma nonostante si possano leggere come fatti distinti e distanti fra loro, i due momenti di teologia integralista applicata sono molto più vicini di quel che sembra, pur se manifestati con toni e parole diverse. La concezione dello Stato etico, il culto del cristianesimo della Vandea come dimensione giuridica dell’organizzazione sociale ed elemento regolatore dei rapporti tra gli individui, sono l’humus di cui è pervaso una buona parte del centrodestra italiano, in particolare la Lega e le frattaglie neonaziste che trovano spazio e ruoli dentro l’inguardabile schieramento dei berluscones.

La Lega, del resto, della Vandea è sempre stata idolatrante, basta ricordare Irene Pivetti che, da Presidente della Camera dei Deputati, indossava al collo la catenina con il suo simbolo. E tutta la propaganda cialtrona dei figli del Po ha sempre avuto al centro simboli, tesi e metodi da crociati invasati. Il Carroccio, infatti, si è dissociato da Borghezio, ma si guarda bene dal cacciarlo. Persino il Front National francese, guidato da Marine Le Pen, ha dovuto reagire sospendendo Jaques Coutela, candidato alle prossime amministrative, che aveva definito Breivik “ un resistente, un’icona, un nuovo Carlo Martello in lotta contro l’invasione musulmana”. La Lega no: critica, ma non caccia Borghezio né Speroni.

Perché l’islamofobia, come l’omofobia, sono il pane quotidiano con cui la destra italiana e la Lega in particolare si nutrono. Sono il legame più profondo con il rigurgito dei movimenti neonazisti che, in tutta l’Europa del nord e dell’est, stanno riprendendo vigore, approfittando della crisi economica, sociale e, soprattutto, culturale del continente. Il neonazismo, nella sua dimensione italiana, non va ricercato tanto e solo negli ex-appartenenti al Msi o ai suoi emuli a tempo scaduto; è invece nella Lega Nord che va individuato il filone principale dell’odio razziale, dell’isterìa cavernicola del fondamentalismo cristiano, i prodrom del nuovo fascismo.

E desta stupore che le parole di Borghezio non abbiano ricevuto una pronta e dura reprimenda da parte del Vaticano. Sarebbe stato necessario, infatti, dire con forza che la Chiesa non prevede l’odio e l’intolleranza, che la cristianità non prevede il razzismo e che i deliri dell’assassino norvegese non possono trovare accoglienza nella famiglia dei cristiani.

E invece no, almeno non ancora. Non si dica, per favore, che la Santa Sede non s’inchina a rispondere ad un disgraziato come Borghezio: per molto meno e per personaggi con ruoli minori da un punto di vista istituzionali da San Pietro sono partite scomuniche e reprimende. O si è invece troppo occupati a festeggiare la vittoria in aula contro l’omofobia?

Resta comunque un fatto, aldilà di ogni interpretazione possibile: un esponente della Lega Nord, componente determinante del governo italiano, pensa che le tesi del nazista cristiano Breivik siano condivisibili e altrettanto afferma un ex-ministro italiano. A loro dire, Breivik magari avrà sbagliato metodo nel diffonderlo, ma che ciò che pensa e dice é “ottimo”.

Mai tanta vergogna aveva inondato l’Italia, almeno dai tempi nei quali con la benedizione del Papa i rastrellamenti nazi-fascisti contribuivano alla Scioah. Sarà curioso vedere come la stessa ambasciata italiana ad Oslo troverà la faccia per partecipare ai futuri momenti commemorativi che il governo norvegese ha messo in agenda. Compito arduo quello di separare ciò che é inseparabile. Per quanto civile e composto, il governo di Oslo sa riconoscere e definire gesti e parole. E chiunque auspica la libertà di parola per chiunque, nel caso di Borghezio farebbe certamente un’eccezione.


le nostre solite figure...che ci aspetta ancora?




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26 luglio 2011
Lodo Mondadori, Cir: Ricevuto pagamento da Fininvest


Cir ha ricevuto oggi da Fininvest il pagamento di “circa 564,2 milioni di euro” per il lodo Mondadori. Lo comunica il gruppo in una nota. Sul preannunciato ricorso in Cassazione, i legali di Cir “sono pienamente fiduciosi” di trovare “ulteriore riconoscimento” delle “buone ragioni della societa’”.

Cir ricorda che il pagamento dell’importo è stato stabilito dalla sentenza della corte d’appello di Milano depositata lo scorso 9 luglio “quale risarcimento del danno causato a Cir dalla corruzione giudiziaria a suo tempo posta in essere nella vicenda del lodo Mondadori”. La cifra comprende “spese legali e interessi dal 3 ottobre 2009?.”Cir e i propri legali, Vincenzo Roppo ed Elisabetta Rubini – si legge nella nota – preso atto dell’intenzione di Fininvest di presentare ricorso in Cassazione, sono pienamente fiduciosi che le buone ragioni della societa’, gia’ riconosciute da una sentenza penale passata in giudicato e da due gradi di giudizio civile, troveranno in tale sede ulteriore e definitivo riconoscimento”.



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21 luglio 2011
Alla Camera scontro su arresto Papa, si vota a scrutinio segreto

Responsabili hanno fatto richiesta. Berlusconi: fermare escalation di arresti. Bersani alla Lega: dimostrate che non lo salverete

Alla Camera scontro su arresto Papa, si vota a scrutinio segreto
Roma, 20 lug. (TMNews) - La votazione sulla richiesta di arresto per Alfonso Papa avverrà a scrutinio segreto. Il presidente dei deputati "responsabili", Silvano Moffa, ha infatti annunciato in Aula alla Camera di avere depositato la richiesta in presidenza. L'annuncio è stato accolto dalle proteste dei deputati dell'opposizione che hanno gridato: "Vergogna", "Lo state salvando".

"Dobbiamo fermare il rischio di una escalation di arresti", ha detto, secondo quanto viene riferito da più fonti, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, durante l'incontro con i coordinatori regionali. "Non voterò mai - avrebbe aggiunto - per mettere le manette a qualcuno".

In attesa della votazione il clima si fa sempre più incandescente. Lo scontro delle ultime ore è stato sulla scelta di ricorrere al voto segreto, con l'opposizione che accusa la Lega di avere deciso di "salvare" il parlamentare coinvolto nell'inchiesta sulla cosiddetta P4 in cambio del ritiro del contestato decreto sull'emergenza rifiuti a Napoli. Un "patto scellerato" siglato con il Pdl, hanno denunciato Pd, Terzo Polo e Idv in aula a Montecitorio. Quasi contemporaneamente si voterà per l'arresto del senatore Pd Tedesco.

A rivolgersi direttamente alla Lega - che nonostante i sì all'arresto alla fine lascerà libertà di voto - è stato il leader democratico Pier Luigi Bersani: ostacoli il voto segreto in Aula sull'autorizzazione all'arresto per Papa e dimostrerà che non c'è stato uno scambio con il rinvio in Commissione del dl rifiuti. Gli ha fatto eco il capogruppo Dario Franceschini: "Dovreste essere voi i primi a dire no al voto segreto che coprirà la vostra ipocrisia, un'ipocrisia che i padani non dimenticheranno. Non potete chiedere ai Responsabili di chiedere il voto segreto per coprire la vigliaccheria dei guerrieri padani".

A stretto giro di posta ha replicato il leghista Marco Reguzzoni, che guida i deputati: "E' il Pd che sta mettendo le mani avanti: vi preparate a un voto dei vostri parlamentari a scrutinio segreto" per evitare l'arresto di Alfonso Papa. "State mettendo le mani avanti - ha accusato Reguzzoni - dopo che siete stati colpiti dall'avviso di garanzia a Penati".

"Rivendichiamo il voto segreto in quest'Aula, perché è giusto che non ci sia un gioco cinico e politico ma è giusto che ogni deputato decida in coscienza", ha ribattuto il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto, dopo che il finiano Italo Bocchino - accompagnato da cori leghisti 'scemo, scemo' aveva bollato come "molto grave" la scelta di ricorrere al voto segreto, sfidando il Carrocio a sostenere il voto palese "affinchè ciascun deputato metta la faccia sul proprio voto". Mentre Italia dei valori ha fatto sapere che oggi in aula alla Camera i suoi deputati renderanno "fisicamente chiaro" il loro voto.



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12 luglio 2011
Il Lodo Berlusconi Lunedì 11 Luglio 2011 23:00

di Fabrizio Casari

Per farsi un’idea dello stato di coma in cui versa l’etica pubblica nel nostro Paese, è sufficiente vedere la trattazione generale della sentenza della Corte D’Appello che ha condannato la Fininvest a pagare oltre 560 milioni alla Cir di Carlo De Benedetti. Lo schieramento berlusconiano, come pure una parte di quello del centrosinistra, hanno incrociato le lame solo circa l’obbligatorietà o meno del pagamento immediato e delle eventuali conseguenze che potrebbero derivarne.

E quindi via alle danze: deve pagare subito dice qualcuno; no, solo dopo il pronunciamento della Cassazione a seguito del ricorso Fininvest, dicono altri. Che i giudici potessero già da ora sospendere l'esecutività del provvedimento ma che hanno scelto di non farlo pare essere un dettaglio, come pare anche un dettaglio la distinzione tra reo e vittima.

In qualche modo accumunati dal fatto di essere due uomini d'indubbia ricchezza, al punto che pagare o incassare la cifra sembrerebbe essere un esclusivo elemento di princicipio, entrambi si trovano al centro di rocambolesche quanto indecenti ricostruzioni della vicenda che invece é limpida. Non pare destare peraltro interesse per nessuno invece il fatto che l’Ingegner De Benedetti sia la vittima dello scippo perpetrato grazie alla corruzione e che attende da molti anni vedersi riconosciuti i propri diritti e rimborsato quanto illecitamente sottratto.

Ma sfugge ai più il dato eclatante della vicenda: e cioè che la Corte D’Appello, come già quella d’Assise, hanno affermato che l’attuale Presidente del Consiglio ha ordinato ad un suo avvocato (poi da lui nominato ministro della Giustizia!) di corrompere un giudice (utilizzando fondi neri) per assicurarsi un verdetto favorevole in un processo.

Il fatto che Berlusconi, diversamente da Previti e dal giudice Metta, non sia stato condannato, dipende solo dal fatto che gli vennero riconosciute le attenuanti generiche nella condanna e che queste, riducendo l’ammontare della pena, l’abbiano fatta rientrare nella prescrizione successivamente intervenuta. E la domanda del giorno è dunque questa: in quale Paese al mondo un Premier potrebbe rimanere al governo?

Ma non è tutto. La sentenza sul Lodo Mondadori racconta con chiarezza anche come e attraverso quali mezzi l’imprenditore Silvio Berlusconi abbia trasformato le sue aziende in un impero mediatico. E, ciò che la sentenza indica, é come poi, grazie anche al suddetto impero mediatico, abbia costruito la sua fortuna politica.

La pretesa di trovare ora l’ennesima norma “ad personam” (magari infilandola di soppiatto nella manovra finanziare da sottoporre alla fiducia delle Camere), che dovrebbe obbligare i giudici a bloccare il risarcimento alla CIR di De Benedetti, indica come nessun segnale di giustizia e, prima ancora, d’opportunità politica, possa increspare il gigantesco conflitto d’interessi del premier.

L’Italia, dal suo punto di vista, è nulla se messa in contrasto con le sue aziende. Del resto, per questo era entrato in politica, per salvare le sue aziende che affogavano nei debiti e rilanciarle con le buone o con le cattive, per trasformare la sua “roba” in interesse nazionale e portare l’interesse nazionale a divenire una variabile dei suoi conti privati.

Ma l’importanza assoluta che la sentenza sul Lodo Mondadori offre all’attenzione dei meno acuti sta proprio nell’indicare il percorso imprenditoriale e politico attraverso il quale Berlusconi è passato da imprenditore relativamente ricco a padrone assoluto dell’Italia. Il consenso di cui gode Silvio Berlusconi, infatti, è dato anche dal controllo dei mezzi di comunicazione di massa.

Non solo le televisioni, ormai tutte sotto il suo controllo, alcune attraverso la diretta proprietà, altre con la direzione delle reti, altre ancora tramite la raccolta pubblicitaria. Lo stesso vale per i giornali quotidiani e per le riviste settimanali a larga diffusione, per le case editrici e per le stesse radio, alcune di sua proprietà e altre controllate tramite la pubblicità.

In sostanza, Berlusconi controlla a suo piacimento il mercato della circolazione delle idee ed esalta o minimizza, secondo le sue convenienze, i fatti che lo riguardano. Insomma, quasi tutto ciò che si vede, si sente e si legge è sotto il suo controllo: quindi, tutto ciò che serve a intrattenere, a informare e a formare, risponde alla voce e agli interessi del padrone. E per i giornalisti che volessero tenere la testa alta, almeno quelli che non lavorano in realtà circoscritte, quali sarebbero gli spazi editoriali a disposizione dove poter lavorare se non quelli che le spire del Biscione offrono?

La sentenza del lodo Mondadori ha ora messo nero su bianco quanto già tutti sapevano: la vicenda personale di Berlusconi è una delle pagine più torbide della storia italiana dal dopoguerra ad oggi. Ad eccezione della legalità, nulla è stato risparmiato. Nessuna sua iniziativa, imprenditoriale, politica e personale, ha saputo dipanarsi senza violare ogni tipo di legge.

Il paese non può più essere tenuto in pugno da un aspirante sultano che tutto compra e tutto vende. Perché questa è la sua vera quintessenza che emerge tratteggiata dalla sentenza sul Lodo Mondadori: la sua “roba” e il suo denaro sono la ragione della sua vita. Incapace di sedurre, acquista. Incapace di essere, si dispera per avere. L’uomo qualunque ha il terrore di diventare uno qualunque.




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10 luglio 2011
Mondadori: il silenzio di Berlusconi a Mirabello

La Fininvest condannata pagare 560 milioni a De Benedetti. Il premier sceglie il silenzio e non interviene. Bonaiuti: "Vuole evitare reazioni a caldo".

Martina Aureli
L'attesa era alta. Nel "day after" della sentenza Mondadori (la Corte d'appello di Milano ha condannato la Fininvest a pagare 560 milioni di euro alla Cir di Carlo De Benedetti) Berlusconi oggi sarebbe dovuto intervenire alla Festa del Pdl a Mirabello. Ma così non è stato.
Sarebbe stata la prima reazione del premier, quella in cui - presumibilmente - avrebbe inveito contro i giudici di Milano; parlato di una "sentenza politica"; condannato le toghe eversive.
Ma non è successo niente di tutto questo. Il premier sceglie di tacere (non lo ha fatto invece Marina) e di non intervenire con la tanto attesa telefonata.
Un silenzio eloquente, spiegato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Paolo Bonaiuti.
 

Bonaiuti: "Vuole evitare reazioni a caldo" (video)

"Non ci sono impedimenti particolari, ma il presidente Berlusconi vuole giustamente evitare reazioni a caldo dopo quella sentenza": dice dal palco Bonaiuti (qui il video di SkyTg24).
"Oggi non parla - aggiunge - per la stessa ragione per cui non ha parlato ieri". Aprire un dibattito politico ora, prosegue, potrebbe avere ripercussioni anche a livello economico. 
 

Mondadori, Bossi: "Non è una sentenza politica"

Silvio Berlusconi deve pagare 560 milioni di euro alla Cir di Carlo De Benedetti.
La tanto temuta (dal premier) sentenza della Corte di Appello di Milano è arrivata.
E la sentenza è immediatamente esecutiva.
Nel merito, i giudici della Corte d'Appello di Milano hanno condannato Fininvest a risarcire Cir per la vicenda del Lodo Mondadori per 540 milioni circa di euro alla data della sentenza di primo grado dell'ottobre 2009, più gli interessi e le spese decorsi da quel giorno. La cifra quindi arriverebbe intorno ai 560 milioni di euro.
Ieri si è sentita - forte e chiara - la voce di Marina Berlusconi, annunciando il ricorso in Cassazione.
 
 

Berlusconi studia le contromosse

Oggi parlerà lo stesso presidente del Consiglio, che deve sborsare subito i 560 milioni, a meno che non dimostri - attraverso un nuovo ricorso - che il versamento della cifra provochi danni alla sua azienda.
Ieri Berlusconi ha annullato la visita in programma a Lampedusa e si è rifugiato in Sardegna per studiare le contromosse.
Il Pdl pensa a una nuova norma salva-Fininvest da inserire nella manovra, sfidando il no di Napolitano.

 

Bossi: "Sentenza pesante, ma non politica"

La Lega Nord ha taciuto ieri, mostrando imbarazzo, per l'intera giornata. Poi si è fatta sentire la voce di Bossi: "È una sentenza pesante”: ha commentato il leader leghista, ieri sera, a margine di un comizio.
Ma a chi gli chiedeva se la consideri una sentenza politica nei confronti del premier Silvio Berlusconi, Bossi ha replicato secco: "Spero di no".
 

La reazione della Cir: "Mondadori sottratta con la corruzione"

 
Dopo alcune ore di martellamento berlusconiano, di cui è capofila Marina Berlusconi, che parla di aggressione politica al padre, arriva la replica della Cir.
"La politica non c'entra nulla con la sentenza - dice la cassaforte di De Benedetti - la verità è che la Mondadori ci è stata sottratta con la corruzione", come confermano sentenze penali e civili di primo e di secondo grado. 

In primo grado erano 750 milioni


In primo grado, il 3 ottobre 2009, il giudice del Tribunale di Milano, Raimondo Mesiano aveva condannato Fininvest a versare a Cir un risarcimento di 750 milioni di euro per "danno patrimoniale da perdita di chance di un giudizio imparziale".
Oggi dunque i giudici di appello hanno riformato il verdetto di primo grado sulla vicenda del Lodo Mondadori facendo uno "sconto" di 190 milioni di euro.
Stamani la cifra è stata stabilita in 540 milioni circa di euro più gli interessi e le spese decorsi dal giorno della sentenza di primo grado.
Per questo il risarcimento è arrivato a circa 560 milioni.

Berlusconi annulla la visita a Lampedusa

Travolto dalla notizia della condanna, il presidente del Consiglio, che oggi era atteso a Lampedusa, ha annullato la visita.
"Sono rammaricato per il mancato arrivo di Berlusconi, ma si tratta solo di un rinvio perché mi ha assicurato che sarà qui tra qualche giorno" ha dichiarato il sindaco dell'isola, Bernardino De Rubeis.

 

Marina Berlusconi: "Un esproprio"

"Neppure un euro è dovuto da parte nostra, siamo di fronte ad un esproprio che non trova alcun fondamento nella realtà dei fatti né nelle regole del diritto": lo afferma il presidente di Fininvest, Marina Berlusconi nella lunga dichiarazione dopo la sentenza del Lodo Mondadori, che si riporta integralmente.
"È una sentenza che sgomenta e lascia senza parole. La Fininvest, che ha sempre operato nella più assoluta correttezza, viene colpita in modo inaudito, strumentale e totalmente ingiusto.
E il parzialissimo ridimensionamento della sanzione rispetto al giudizio di primo grado nulla naturalmente toglie alla incredibile gravità del verdetto.
Ma questa - continua la prima figlia di Berlusconi, che di fatto ha ereditato la Mondadori - è una sentenza che suona anche come un'amara sconfitta per la giustizia, per quanti continuano a credere che esista, che debba esistere, una giustizia imparziale e giusta".

 

"Forsennata aggressione a mio padre"

Marina B. è un fiume in piena. E aggiunge: "È una sentenza che rappresenta l'ennesimo scandaloso episodio di una forsennata aggressione che viene portata avanti da anni contro mio padre, con tutti i mezzi e su tutti i fronti, compreso quello imprenditoriale ed economico.
È indiscutibile che questo attacco abbia come principali protagonisti una parte della magistratura (e della magistratura milanese in particolare) e il gruppo editoriale che fa capo a Carlo De Benedetti. E adesso, con un verdetto che nega l'evidenza emesso dalla magistratura milanese, la Fininvest viene condannata a versare una somma spropositata proprio al gruppo De Benedetti. Una somma addirittura doppia rispetto al valore della nostra partecipazione in Mondadori. Neppure un euro é dovuto da parte nostra, siamo di fronte ad un esproprio che non trova alcun fondamento nella realtà dei fatti né nelle regole del diritto
 

La Fininvest studia il ricorso in Cassazione

"Anche di fronte ad un quadro così paradossale e inquietante, non ci lasciamo però intimorire. Già in queste ore - conclude Marina Berlusconi - i nostri legali cominceranno a studiare il ricorso in Cassazione.
Siamo certi di essere assolutamente nel giusto, dobbiamo credere che le nostre ragioni verranno alla fine riconosciute.
Verità e giustizia non potranno continuare ad essere calpestate e piegate a logiche inaccettabili e indegne di un paese civile".
 
 
Di Pietro: "Berlusconi rispetti le sentenze"
"Le sentenze si rispettano e i danni si risarciscono. E se è vero, com'é vero, che Berlusconi é stato condannato in appello per danni causati a un altro gruppo imprenditoriale, significa che lui ci ha guadagnato illecitamente e l'altro ci ha rimesso.
È inutile che Berlusconi e i suoi tentino di buttarla in politica, qui siamo solo di fronte a comportamenti truffaldini gravissimi": questo il commento del leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro. 
 
 

Capezzone: "Clima da piazzale Loreto"

 
La butta deicisamente sul tragico Daniele Capezzone, portavoce del Pdl: "Le sentenze si rispettano, e così pure i giudici. Ma, finché siamo un paese libero, esiste il diritto di criticarle e di contestarne radicalmente i contenuti. A mio avviso - continua Capezzone - siamo dinanzi a una decisione abnorme, che rischia di essere una mazzata tremenda per un'azienda, e di mettere in discussione investimenti, prospettive, posti di lavoro. Ma voglio rivolgermi ai politici della sinistra.
C'é da troppo tempo, contro Silvio Berlusconi, un clima da piazzale Loreto, con forsennati attacchi politici e personali, con una tenaglia mediatica e giudiziaria, e ora anche con quella che oggettivamente è una mazzata sul piano patrimoniale.
Con le vendette - dico alla sinistra - non si costruisce nulla, se non altro odio e altra divisione. Hanno il diritto di contrastare il premier sul terreno politico, ma da mesi si è passati a ben altro: al tentativo di abbattere ed eliminare il "nemico".
C'è da sottolineare che 560 milioni di euro sono una somma certamente rilevante, ma che non scalfisce più di tanto i bilanci della Fininvest.
 
 

La storia del comma "pro-Fininvest"

Ora è chiaro perché la manovra economica ci ha messo parecchio tempo, una volta licenziata dal governo, a giungere al Quirinale. Quel lasso di tempo è stato necessario a “infilare” nel documento altri commi di cui i ministri sono stati fino a ieri all’oscuro. È stato così per il giallo della riduzione delle agevolazioni per le energie rinnovabili. Ma soprattutto per la norma “Salva Fininvest”. Che per l’azienda del premier ha un valore di ben 750 milioni di euro.

 

Una norma da 750 milioni

Questa è la somma che il presidente del Consiglio deve alla Cir di De Benedetti, secondo quanto prevede la sentenza di primo grado del Tribunale di Milano sul lodo Mondadori (non ancora esecutiva) che dovrebbe essere confermata in Appello, e quindi diventare esecutiva.
Il comma prevede infatti che per i risarcimenti superiori ai 20 milioni che si possa congelare il pagamento fino al verdetto della Cassazione.


Maldipancia leghista

Dell'inserimento era all'oscuro anche la Lega: ''Non ne sapevamo nulla''. Anche i big del Caroccio hanno appreso la notizia soltanto a cose fatte senza essere stati in alcun modo avvisati preventivamente. E i malumori del Carroccio, messo in pratica davanti al fatto compiuto, non sono tanto per il merito di una norma che metterebbe al riparo Berlusconi dall'obbligo di pagare un maxi risarcimento a Carlo De Benedetti. Il maldipancia leghista dipende più dal metodo seguito dal governo, che ha preferito puntare su un blitz a sorpresa piuttosto che sulla condivisione con gli alleati.



Altolà dal Csm

Un altolà al provvedimento è arrivato però stamattina dal Csm. "Modificare la legge sulla provvisoria esecutività delle sentenze significherebbe rischiare di stravolgere il sistema. Credo convenga non farlo per evitare di violare il principio di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge", ha detto il vicepresidente del Csm, Michele Vietti.
 

Gli autori: Alfano e Ghedini

La norma sarebbe stata pensata dal premier con il guardasigilli Alfano e l'avvocato Ghedini. "L'hanno cucinata loro - spiegano fonti del ministero dell'Economia - i cuochi sono da rintracciare da quella parte, pur essendo chiaro che non ha alcuna coerenza con l'oggetto del decreto".


Tremonti all'oscuro di tutto, Frattini conferma

Lo stesso ministro dell'Economia, secondo i rumors, non era al corrente del comma inserito all'ultimo minuto. Sarebbe questo il vero motivo per cui il ministro dell'Economia ha annullato la conferenza stampa di stamattina.
E che l'inserimento della norma sia tutt'altro che chiaro lo ammette anche lo stesso ministro degli Esteri Franco Frattini. "Di questa norma non c'è stata discussione approfondita in Consiglio dei ministri. Se capisco bene è una norma di ordine generale e non particolare che recepisce un principio che già esiste nel codice civile. In questo senso non c'è alcun intento ad personam".
 
 

La bocciatura dell'Anm

Già ieri sera era arrivata la bocciatura del provvedimento dall'Anm. "La norma è incostituzionale", ha detto il presidente dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara. "Se dovesse essere confermata - ha sostenuto Palamara - si tratterebbe di una norma che nulla ha a che vedere con il tema dell'efficienza del processo civile, che determinerebbe una iniqua disparità di trattamento e che sarebbe, quindi, incostituzionale".



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2 luglio 2011
Napolitano, sì al dl "ma non è risolutivo" "Inferiore alle attese, il governo non si fermi"

Una nota del Quirinale, che oggi ha emanato, con rilievi, il provvedimento approvato ieri in Consiglio dei ministri. "Il governo adotti ogni ulteriore intervento per assicurare il superamento dell'emergenza". Bossi: "Capisco il capo dello Stato, è di Napoli, ma i rifiuti al nord non arriveranno"

ROMA - Sì al decreto, ma servono altri provvedimenti. Dunque, il governo non può fermarsi qui. Questo in sintesi il contenuto di una nota diffusa dal Quirinale dopo il varo del dl sui rifiuti, del quale il capo dello Stato ha rilevato i limiti di contenuto. Nella nota, si legge che "il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha oggi emanato il decreto-legge recante misure urgenti in tema di rifiuti solidi urbani prodotti nella Regione Campania. Nel rilevare i limiti di contenuto del provvedimento, che nel testo approvato ieri dal Consiglio dei ministri 1 non appare rispondente alle attese e tantomeno risolutivo, il Capo dello Stato auspica che il governo adotti ogni ulteriore intervento necessario per assicurare l'effettivo superamento di una emergenza di rilevanza nazionale attraverso una piena responsabilizzazione di tutte le istituzioni insieme con le autorità locali della Campania".


Frutto di un complicato compromesso, il decreto sull'emergenza rifiuti a Napoli, fortemente
voluto da Giorgio Napolitano e ostacolato in tutti i modi da Umberto Bossi, ha avuto ieri l'ok del governo. Non di tutta la squadra, però, vista l'opposizione della Lega e la richiesta che il "no" fosse messo a verbale in Consiglio dei ministri e quindi certificato a futura memoria. Ieri, dunque, tutti hanno avuto una ragione per cantare vittoria ma in realtà le parti in causa, a partire dalle Regioni, devono ancora individuare modalità e tempi per far rientrare l'emergenza.
E proprio Bossi è tornato a parlare della "monnezza" : "I rifiuti di Napoli se li tengano", ha detto il leader del Carroccio.  "Anche se il Presidente della Repubblica ha detto che il decreto non basta - ha proseguito - lui è originario di Napoli, lo capisco". Ma "la gente del nord i rifiuti di Napoli non lui vuole".

Passa dunque il decreto voluto da Berlusconi che il giorno prima ipotizzava una soluzione borderline con l'esame "fuorisacco" in Cdm, per non irritare troppo il Carroccio che dava segni di nervosismo sbarrando le porte del Nord ai camion dei rifiuti del Sud. Ancora ieri Bossi ha ripetuto che la Lega non intende cedere a quei napoletani che "non imparano mai la lezione". Sta di fatto che ora con il decreto i camion della spazzatura possono lasciare la Campania ma non sanno ancora quale direzione prendere. Molto dipenderà dal "buon cuore" delle regioni "riceventi" che dovranno comunque dare il nulla osta all'operazione. Ma intanto la Conferenza delle regioni ha già definito non risolutivo il provvedimento.

E se le opposizioni sono partite all'attacco, con Pier luigi Bersani che lo ha definito una "frittata", mentre il suo partito puntava l'indice contro l'"arrangiatevi" rivolto dal decreto ai napoletani, è giunta la sorpresa Casini che si è differenziato dal leader del Pd annunciando che il suo partito avrebbe votato a favore del dl perché "non intende giocare allo sfascio".

(01 luglio 2011)




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19 giugno 2011
Referendum, i "Sì" oltre il 95% risultato storico, "Una vittoria di tutti"

In Italia ha votato il 57% degli aventi diritto, raggiunta e superata la soglia minima per tutti i quesiti anche considerando gli italiani all'estero. Esplode la gioia degli organizzatori e degli elettori con festeggiamenti nelle piazze d'Italia. Tra gli slogan, "Berlusconi colpito al quorum". In mattinata, polemiche per le parole di Maroni a urne aperte di TIZIANO TONIUTTI

ROMA - Il Viminale certifica: ai referendum popolari del 12 e 13 giugno ha votato il 57% degli aventi diritto. Dato che scende al 54,8% considerando i votanti all'estero. Il successo dei "Sì" tocca il 95%, un successo travolgente, sperato e ricercato, già percepito più vicino da ieri sera, ma sorprendente anche nel momento della rivelazione. E l'entusiasmo esplode ovunque, nelle piazze e su internet, dai comitati promotori e dagli elettori, per i risultati e anche per il "vento nuovo" di partecipazione. Quelle che arrivano dal ministero dell'Interno sono percentuali di rilevanza assoluta 1, con il quorum raggiunto e superato per la prima volta dal 1995.

GUARDA: I RISULTATI 2 - I FESTEGGIAMENTI 3

Quorum per tutti i quesiti. Tutti e quattro i quesiti referendari hanno raggiunto il quorum. Secondo il dato definitivo diffuso dal Viminale, al totale dei seggi scrutinati negli 8.092 Comuni italiani, l'affluenza alle urne è stata circa del 57%. Il quesito che ha incontrato maggior partecipazione è il secondo, quello sulla "determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all'adeguata remunerazione del capitale investito abrogazione
parziale di norma", per cui ha votato il 57,03% degli elettori. Dato sceso al 54,8% considerando i voti degli italiani all'estero.

Il primo quesito, "modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica - abrogazione" ha registrato un'affluenza del 57,02% (54,8% sul totale). Il terzo, "abrogazione delle nuove norme che consentono la produzione nel territorio di energia elettrica nucleare" arriva al 56,99% (54,8%) e il quarto, "abrogazione di norme in materia di legittimo impedimento del presidente del Consiglio e dei ministri a comparire in udienza penale" totalizza un'affluenza del 56,98% (54,8%). Numeri che fanno dichiarare al Premier: "Il governo e il Parlamento hanno  il dovere di accogliere pienamente il responso dei quattro referendum", ma fino al giorno prima del voto, il presidente del Consiglio aveva definito "inutili" le consultazioni.

In più, con un calcolo sui risultati ipotetici, è possibile stabilire che si è pronunciata per il "sì" la maggioranza assoluta di tutti gli aventi diritto al voto, cioè la maggioranza di tutti gli italiani in età di voto. Ovvero, anche se  fossero andati tutti a votare, con affluenza ipotetica del 100%, e quel 34% che in realtà non ha votato avesse invece votato "no", il "sì" avrebbe vinto con circa il 52%.

Festeggiamenti per il "Sì".
Musica, bandiere colorate, brindisi e abbracci tra i sostenitori dei "sì", in tutte le città d'Italia. A Roma, piazza della Bocca della verità è gremita 4. E tra slogan come "Berlusconi colpito al Quorum" e "Sì sì sì sì, legittimo godimento", le piazze della festa si riempiono. "Da questo palco il nostro grido coinvolge tutte le piazze d'Italia: vittoria!", e alla Bocca della verità sventolano tantissime bandiere, dei comitati dell'acqua pubblica, quelle contro il nucleare ma anche dei partiti, nonostante gli organizzatori a più riprese invitino i militanti del partito "a tenere basse le bandiere, perchè questa è una festa di tutti". Attorno al palco allestito per l'occasione si canta e si balla e l'allegria è percepibile tra la gente. "Oggi è una giornata di festa per tutti. Sono qui con i miei figli ed era da anni che non mi sentivo così viva e partecipe delle futuro del mio Paese", dice Clara, una giovane mamma. "Abbiamo partecipato alla riuscita di questo referendum con numerose iniziative dentro e fuori l'università", dice Marta, dei collettivi studenteschi della Sapienza. "E' una battaglia che ha riunito tutti e questa oggi, è una festa di tutti". Si aggiunge la soddisfazione degli ambientalisti, che parlano di "momento storico", per l'abbandono del nucleare in Italia.

un ringraziamento a tutti quelli che potevano andare da qualsiasi altra parte invece sono andati a votare grazie a tutti.....




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13 giugno 2011
raggiunto il quorum sopra le aspettative....57% punto piu punto meno....

Referendum 2011, proiezioni parziali: affluenza al 57%

 

I dati parziali confermano la tendenza positiva sull'affluenza. Secondo quanto trasmesso dal Viminale su circa 3600 sezioni su 8092, l'affluenza registrata è del 57%.

I segnali positivi sull’affluenza al voto si erano registrati già nella prima rilevazione sull’affluenza di ieri, quella delle 12. A quell’ora aveva votato, infatti, oltre l’11% degli aventi diritto. Un segnale importante, a detta degli esperti, perché ogni qual volta il quorum era stato raggiunto, alla prima rilevazione il dato era sempre stato a due cifre. Come si dice, l’esperienza insegna e anche stavolta i pronostici sembrano essersi  realizzati, secondo i dati che cominciano a trapelare sul sito internet del Viminale, relativi a circa 3600 comuni su circa 8092, attualmente la percentuale di votanti che si è recata alle urne per questo referendum è di circa il 57% . E’ pacifico, dunque,  che se le proiezioni dovessero essere confermate il quorum potrà dirsi raggiunto.


continua su: http://www.fanpage.it/referendum-2011-proiezioni-parziali-affluenza-al-57/#ixzz1PATNXKfj
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volevo ringraziare tutti ...propio tutti fino all'ultimo votante ,che ha partecipato a questo referendum ...l'italia è vivaaaaaaa




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12 giugno 2011
Referendum, l'Italia ci crede: alle 19 affluenza sopra il 30%

Il quorum è possibile: ecco i precedenti. I votanti regione per regione. Urne aperte fino alle 22 e domani fino alle 15.

Michela Rossetti
Referendum: si vota oggi dalle 8 alle 22 e domani dalle 7 fino alle 15. Aperta la caccia al quorum, che dai primi dati, compresi gli ultimi delle 19, sembra avere buone possibilità di essere raggiunto.
Sono quattro le schede elettorali e pesa sul voto anche l'incognita del voto all'estero, dove sono state distribuite schede sbagliate per il quesito sul nucleare e il ministero degli Interni non ha fatto in tempo a sostituirle. Deciderà la Cassazione.
Ecco i dati definitivi sull'affluenza alle urne delle 19 diffusi dal ministero dell'Interno: per il primo quesito, sulla gestione dell'acqua, ha votato il 30,34% degli aventi diritto; sul secondo quesito, la tariffa del servizio idrico, il 30,35%; il 30,32% è la percentuale sul quesito per il nucleare; mentre sul legittimo impedimento è al 30,32%.
Ricordiamo che i dati diffusi dal Viminale non includono il voto degli italiani all'estero, che saranno comunicati domani dopo le ore 15.
 

Quorum possibile, ecco i precedenti

Un dato che fan ben sperare per il raggiungimento del quorum, ma con un risultato meno netto rispetto al risultato di questa mattina.
A differenza del dato delle 12, infatti, è difficile comparare i numeri sull'affluenza alle 19, perchè dal 1974 al 2001 il dato sull'affluenza ai referendum rilevato dal Viminale è stato quelle delle 17.
Ecco allora gli ultimi tre casi comparambili con il referendum. Nel 2005, in occasione del referendum sulla procreazione assistita, alle 19 aveva votato il 13,3% (niente quorum e poco più del 25% finale).
Nel 2006, in occasione del referendum costituzionale sulla modifica della seconda parte della Carta - valido indipendentemente dal quorum del 50% - votò alle 19 il 22,4% degli elettori. Ben al di sotto di oggi. La quota finale si attestò al 52,5%.
L'ultima tornata referendaria è datata giugno 2009, sulla legge elettorale: alle 19 fu toccata quota 11,3%, alla fine niente quorum e soglia finale del 23,5%
 
vi prego andate tutti a votare ...io l'ho gia fatto .....forza italiani ho fiducia in voi ........votate è fondamentale.......



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12 giugno 2011
Referendum, affluenza ok: alle 12 sopra l'11%, Bologna record al 18%
 

Buone speranze per il quorum: è il terzo dato più alto nella storia. Prima l'Emilia-Romagna. Urne aperte fino alle 22 e domani fino alle 15.

Michela Rossetti
Referendum: si vota oggi dalle 8 alle 22 e domani dalle 7 fino alle 15. Ed è aperta la caccia al quorum, che dai primi dati sembra avere più che buone possibilità di essere raggiunto.
Sono quattro le schede elettorali e pesa sul voto anche l'incognita del voto all'estero, dove sono state distribuite schede sbagliate per il quesito sul nucleare e il ministero degli Interni non ha fatto in tempo a sostituirle.
Deciderà la Cassazione. Meglio se il quorum necessario per rendere valida la consultazione supera il 50% più uno degli avanti diritti al voto, così il giudizio non resterà in sospeso.
Ed ecco i primi dati sull'affluenza rilevati a mezzogiorno, diffusi dal ministero dell'Interno.
Per il primo quesito, sulla gestione dell'acqua, ha votato l'11,64% degli aventi diritto; sul secondo quesito, la tariffa del servizio idrico, l'11,64%; l'11,63% è la percentuale sul quesito per il nucleare; mentre sul legittimo impedimento all'11,63%.


Bologna record, alta affluenza in Emilia-Romagna

 
L’Emilia Romagna è la regione che ha la percentuale più alta di votanti alle 12 di oggi. Il dato parziale diffuso al ministero dell’Interno, infatti, la dà al 16,92%, quasi 7 punti sopra la media nazionale, seguita da Valle D’Aosta (16,37), Liguria (15,49), Toscana (14,8) e Trentino Alto Adige (14,24).
Buona l’affluenza anche nelle province emiliano-romagnole.
Reggio Emilia è la capofila con il 19,31 per cento dei votanti mentre le succedono Bologna (18,38), Forlì Cesena (17,33), Ravenna (17,04) e Ferrara (17,03).
Un caso si è creato a Parma, amministrata dal Pdl, dove i certificati elettorali sono stati consegnati con estremo ritardo, determinando file di citatdini esasperati che volevano andare a votare.

 

Buone possibilità per il quorum: affluenza record

I primi dati (per tutti e 4 i quesiti sopra l'11%) ci dicono che il quorum ha buone possibilità di essere raggiunto.
Si tratta infatti della terza affluenza più alta nella storia della Repubblica: più elettori di così si erano registrati solo nel maggio 1974 sul divorzio (17,9% alle 11 del primo giorno) e nel giugno 1978 su finanziamento pubblico dei partiti e legge sull'ordine pubblico (12,6%).
In base alle analisi degli esperti dei flussi elettorali, il dato è quindi particolarmente significativo. Qualunque sia stato il quesito referendario ed il tipo di referendum, infatti, la consultazione degli archivi del Viminale dice che quando la prima rilevazione dell'affluenza alle urne è stata a due cifre, come in questo caso, si è sempre raggiunto il quorum.
 

buone possibilità ma ancora nn l'abbiamo raggiunto, io sono gia andata ....andate anche voi ,intendo tutti voi se nn raggiungiamo il quorum è finita.....votate si a tutte le schede ..la legge deve continuare a essere uguale per tutti ....nn facciamolo il nucleare in italia nn serve e dove li prendono i soldi se nn aumentandoci le bollette....e l'acqua è un bene di tuttiiiii l'asciamola libera....il referendum è una delle poche forme dove i cittadini possono far sentire la propia voce...andate tutti a votareeeeeeee




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26 maggio 2011
ELISA ANZALDO LASCIA IL TG1: "BASTA CON NOTIZIE FALSE"

Elisa Anzaldo

Elisa Anzaldo

Dopo Tiziana Ferrario e Maria Luisa Busi, un'altra giornalista lascia la conduzione del Tg1. «Non ritengo più possibile mettere la faccia in un tg che fa una campagna di informazione contro», si legge nella lettera firmata da Elisa Anzaldo, noto mezzo busto del telegiornale di Augusto Minzolini. Un direttore che, scrive la Anzaldo, «non considera notizie quelle che io ritengo tali e come me molti altri media».


La decisione della giornalista, volto dell'edizione della notte, è stata presa dopo l'intervista rilasciata al Tg1 venerdì 20 maggio da Berlusconi e costata più di 250 mila euro di multa alla Rete. La Anzaldo ha voluto rendere pubblica la sua richiesta, e ha appeso in bacheca la lettera in cui ha elencato le notizie secondo lei censurate per far piacere al premier: tra queste, il Rubygate, lo scandalo dei manifesti sui pm brigatisti, la proposta di un deputato del Pdl di cambiare l’articolo primo della Costituzione e il nuovo caos rifiuti a Napoli.

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ROMA - “Non posso più rappresentare un telegiornale che ogni giorno rischia di violare i più elementari doveri dell’informazione pubblica come equilibrio, correttezza, imparzialità e completezza dell’informazione”. Così, con una lettera al direttore del Tg1 Augusto Minzolini, Elisa Anzaldo, che conduce il Tg della notte su Raiuno, chiede di essere sollevata dal suo incarico. Ora, dopo che l’intervista del premier Silvio Berlusconi è costata al Tg1 250mila euro di multa, la Anzaldo ha deciso di rendere pubblica la missiva, attraverso Repubblica.

“Per motivi professionali e deontologici non ritengo più possibile mettere la faccia in un tg che fa una campagna di informazione contro”, scrive la giornalista, la cui dipartita arriva dopo quelle di Maria Luisa Busi e Tiziana Ferrario, che del Tg1 disse: “Mai scesi così in basso”. La Anzaldo scrive rivolge anche un ringraziamento a Minzolini: “per avermi spiegato il perché non consideri notizia quelle che io invece ritengo tali e come me molti mezzi di informazione”.

Già il 19 aprile scorso, la Anzaldo voleva lasciare, ma il direttore l’aveva convinta a rimanere al suo posto. L’11 maggio, poi, la giornalista ha ribadito, con questa lettera, la propria volontà. La Anzaldo nella lettera fa un elenco delle news censurate per far piacere al Cavaliere. Non solo l’oscuramento del Rubygate, ma anche l’aver ignorato lo scandalo dei manifesti sui pm brigatisti, la proposta di un deputato del Pdl di cambiare l’articolo primo della Costituzione o il nuovo caos rifiuti a Napoli (trattato solo quando l’esecutivo ha mandato l’esercito). Tutte notizie scomode per il governo che – denuncia la giornalista – non sono state raccontate, o sono state raccontate solo in parte, al pubblico del telegiornale dell’ammiraglia Rai. Clamoroso il caso- Lassini, che per giorni ha dominato le prime pagine dei quotidiani e lo spazio di molti altri tg. O la polemiche sulle spiagge in concessione per 90 anni, provvedimento sul quale il governo ha dovuto fare retromarcia.



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24 maggio 2011
BERLUSCONI: "MINISTERI? A MILANO DIPARTIMENTI"



MILANO - È guerra nella maggioranza sulla richiesta della Lega di spostare al Nord due miniseri. La proposta, bandiera della Lega Nord, fa seriamente traballare l'asse tra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi. Il Senatur noncurante della contrarietà dei vertici del Pdl gioca al rialzo annunciano l'ipotesi che a Milano possa «arrivare un ministero di peso, quello che muove l'economia», ma soprattutto mette in chiaro che sulla decisione c'è il placet del premier: «Parola data non torna indietro», avverte il leader del Carroccio.

BERLUSCONI PRENDE TEMPO Chiamato in causa il Cavaliere prova immediatamente ad abbassare le polemiche tentando una mediazione che eviti di allargare la frattura all'interno della maggioranza a pochi giorni dai ballottaggi, che appaiono più in salita: nel capoluogo lombardo arriveranno dei «dipartimenti», è la risposta del capo del governo. Una soluzione ben lontana dalle richieste dei leghisti, che non arretrano e si preparano alla 'guerra' con Roma. «Così salta ogni intesa», avverte il sindaco della Capitale Gianni Alemanno pronto alle barricate. La distanza tra il presidente del Consiglio ed il Senatur la dice lunga sulla situazione tra i due partiti azionisti della maggioranza. E nonostante il Cavaliere ribadisca che l'esito dei ballottaggi «non avrà nessuna ripercussione sulla tenuta del governo», appare difficile che il risultato di Milano non abbia ricadute sugli equilibri del governo.

CAOA MAGGIORNZA E l'ennesima giornata di polemiche fotografa una maggioranza che assomiglia sempre di più ad una maionese impazzita. A cercare di far rientrare le polemiche sullo spostamento o meno dei ministeri che avevano dominato la giornata di ieri, ci avevano provato sin dalla mattina i big del Popolo della Libertà. Il governatore della Lombardia Roberto Formigoni aveva messo in chiaro come l'argomento non rappresenti «la richiesta più pressante dei nostri imprenditori e dei ceti produttivi». Ancora più netta la presa di distanza dei due capigruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri che al posto del decentramento propongono «conferenze periodiche fatte a Milano e a Roma». Un'offerta che il Carroccio lascia cadere nel vuoto: «Io sono abituato che nel Pdl decide Berlusconi e lui ci ha detto di sì, a me basta», replica tranchant Roberto Calderoli. Non vuole sentire ragioni nemmeno il Senatur che invita Formigoni a «stare zitto».

TENSIONE A ROMA E nella maggioranza è di nuovo tensione alle stelle. Il tempo di leggere le dichiarazioni dei Lumbard che nel Pdl parte la rivolta. I vertici romani chiedono un incontro «urgente» al Cavaliere mentre il presidente della Lombardia ricorda all'alleato leghista che «senza i voti del Pdl la proposta non va lontano». La soluzione per evitare che la maggioranza arrivi litigando alla vigilia del voto è nelle mani di un Cavaliere sempre più stanco, raccontano i suoi fedelissimi, di essere 'tirato per la giacchettà dagli alleati. Per tutto il giorno chiuso ad Arcore, prima di recarsi a far visita alla signora Rizzi, Berlusconi non ha nascosto lo sconcerto per lo spettacolo messo in scena dalla maggioranza: se si continua così non rimonteremo mai, avrebbe commentato un premier preoccupato con alcuni fedelissimi che lo tenevano aggiornato sulla situazione. A più di qualcuno il Cavaliere non avrebbe nascosto l'irritazione per l'atteggiamento del Carroccio 'reò di aver sollevato un argomento delicato alla vigilia dei ballottaggi, ma anche dello stesso Popolo della Libertà che ha contributi ad alzare i toni dello scontro. E certo non gli avrà fatto piacere il modo in cui il suo principale alleato ha annunciato il sostegno alla Moratti: «La teniamo sotto tiro», la «sosteniamo ma dovrà fare molto meglio».

FORMIGONI A BOSSI: «SENZA PDL PROPOSTA NON VA LONTANO» Il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, replica a Umberto Bossi che lo ha invitato a tacere sull' annunciato trasferimento di alcuni Ministeri al Nord. Il governatore ricorda «la posizione di chiusura» dei capigruppo del Pdl alla Camera e al Senato sull' argomento e afferma che «senza i voti del Pdl la proposta della Lega non va lontano».Formigoni invita poi i giornalisti a chiedere a Bossi che cosa ne pensa delle dichiarazioni di Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri «che rappresentano ufficialmente il Pdl, tutti i gruppi parlamentari del Pdl e che hanno espresso una posizione di netta chiusura sulla proposta della Lega, molto più netta della mia». «Il problema - aggiunge il governatore - è che la proposta della Lega diventa operativa con i voti del Parlamento. E senza i voti del Pdl, la proposta della Lega non va lontano».


a casa tuttiiiiiiiii



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22 maggio 2011
Sanatoria multe, la Moratti conferma E Pisapia apre: sì, se è a favore dei cittadini

Il sindaco: ipotesi allo studio. L'avvocato: «Ok, ma il centrodestra tenta di svendere Milano»


MILANO - È una battaglia a colpi di comizi, polemiche e reciproche denunce di aggressioni, ma anche di promesse su multe e Ecopass quella per la poltrona a sindaco di Milano che si sta consumando traLetizia Moratti e Giuliano Pisapia.



SANATORIA - Dopo le voci circolate sabato, il sindaco Pdl ha confermato che l'amministrazione sta in effetti studiando un intervento sulle sanzioni amministrative per le infrazioni del codice della strada, dal momento che molte multe sono state annullate dalla magistratura dopo i ricorsi, avvalorando così l'indiscrezione di una possibile sanatoria delle ammende. Dal canto suo, un po' a sorpresa, anche il candidato di centrosinistra non ha chiuso alla possibilità di un condono delle ammende. Ribadendo comunque che il centrodestra «tenta di svendere parte di Milano, fumi e promesse che non saranno mantenute». «Se è una sanatoria che va a favore dei cittadini e non incide pesantemente sulle casse del Comune - ha spiegato l'avvocato - nessun problema: sarà un impegno che potrò prendere». Comunque «voglio verificare - ha aggiunto -, e credo che non l'abbia fatto l'attuale sindaco, le conseguenze di questa scelta». «A Milano - ha concluso - si può iniziare una nuova fase di dialogo con la città. Ma questo si può fare solo con un nuovo sindaco, non con uno che non ha fatto nulla in cinque anni». «Noi abbiamo avuto da parte del Tar - è stata la spiegazione della Moratti in merito alla sanatoria delle multe - tanti annullamenti di multe e i nostri tecnici da tempo stanno valutando che cosa fare». il primo cittadino non ha comunque spiegato se l'eventuale sanatoria possa riguardare tutte le sanzioni o solamente quelle che sono state impugnate dai cittadini davanti agli organismi giurisdizionali preposti. «Non lo so - ha replicato alle richieste di chiarimento da parte dei cronisti - è una valutazione che stanno facendo i nostri tecnici che hanno da tempo grandi problemi rispetto agli annullamenti che il Tar ha fatto contro le nostre multe».

ECOPASS - Quanto all'Ecopass la Moratti ha rimandato a lunedì ogni spiegazione tecnica sulla fattibilità economica della abolizione di Ecopass per i residenti e della gratuità della sosta per i residenti, assicurando fin d'ora che sia questo intervento che quello sulle multe troveranno copertura finanziaria nel bilancio del Comune, senza comportare aggravi fiscali o tariffari per i cittadini. Da parte sua, Pisapia ha smentito di avere intenzione di introdurre un Ecopass da 10 euro per tutti i veicoli. «L'Ecopass - ha detto - sarà eliminato perché è stato un provvedimento sbagliato».

Redazione online
22 maggio 2011



sanatoria
22.05|16:20
incaro

Milano=Napoli ? prima si commetteno reati e poi si introduce la sanatoria per comprarsi il voto anziché un pacco di maccheroni! é mai possibile che chi sbaglia ora non paga? Certo l'esempio viene dall'alto!...

Le solite bassezze
22.05|16:20
Vinkezio

E gli italiani si vendono, anzi si svendono! Una volta erano gli spaghetti ora le multe e condoni vari. Questa non è politica seria, è un mercato quello dei voti! E' una vergogna. Con così poco vogliono comprare molto: la nostra libertà e dignità. Nessun compromesso.

Ennesima mossa disperata
22.05|16:20
Lettore_734973

Dopo aver abolito l' ecopass (ma quando? non mi risulta la Giunta si sia riunita per deliberare), dopo la sgangherata promessa di due ministeri a Milano (qualcuno mi spiegherà che attinenza c' è con l' elezione del Sindaco : avremo forse i ministeri solo se vince la Moratti?), ecco un ulteriore fanfaluca: sanatoria delle multe. Ammesso sia vero e sia tecnicamente possibile, mi chiedo: chi paga ?






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20 maggio 2011
BOSSI RITRATTA: "MAI DETTO CHE PISAPIA È MATTO" -
BOSSI RITRATTA: "MAI DETTO CHE PISAPIA È MATTO" - video all'interno

ROMA - Berlusconi non molla. Dopo lo sfogo di ieri di Bossi, che ha ribadito il sostegno al governo ma specificando che non affonderà insieme al Pdl, e dopo che la maggioranza è andata sotto 5 volte alla Camera, il premier, nel consiglio dei ministri di oggi, ha rassicurato il suo esecutivo.

Berlusconi, dopo il cdm, ha anche incontrato lo stesso Bossi, per un faccia a faccia previsto dopo i risultati delle amministrative. Il leader della lega, al termine del vertice, ha risposto «è andata bene» ai cronisti che ne hanno chiesto l'esito. Quanto ad una eventuale veritica sulla maggioranza, «ne abbiamo già fate tante, ma se lo chiede Napolitano, va bene. È lui il capo», ha detto il Senatur.

«Maroni è intelligente, capisce le cose. Non sta pensando al dopo Berlusconi, non accetterebbe mai di fare il premier», ha detto ancora Bossi, che ha però specificato: «Il governo non può non fare niente. Bisogna fare delle scelte, anche noi abbiamo fatto degli errori». Silvio Berlusconi ha offerto il posto di vicepremier a Tremonti? «No, ma il problema è fare un progetto per il cambiamento, fare le riforme», ha aggiunto Bossi. «Abbiamo fatto il federalismo fiscale - continua - ma darà effetti solo tra qualche anno».

Quanto a Milano, Bossi non ha avuto parole tenere per Pisapia, candidato del centrosinistra. «I milanesi non daranno la città in mano agli estremisti di sinistra. La Lega si impegnerà non la lasciamo ad un matto che vuole riempirla di moschee e zingari», ha detto il ministro delle Riforme. Savo poi ritrattare «Non ho detto che è matto ma il suo progetto non è compatibile con una Milano decente». Umberto Bossi 'ritratta' così le dichiarazioni della mattina nei confronti del candidato del centrosinistra a Milano.

Le 'bizze' dei Responsabili sono «problemi che devono essere risolti adeguatamente», risponde il Senatur ai cronisti che gli chiedono un commento sulle assenze di alcuni deputati del gruppo di IR durante le votazioni ieri alla Camera. Il governo è stato battuto cinque volte. «Quello che è avvenuto ieri - spiega - non si ripeterà più». Berlusconi - aggiunge - «l'ho sentito abbastanza sicuro». «La base leghista sta dove sto io», continua, commentando le «fibrillazioni della base leghista» dopo il risultato elettorale a Milano. «La Lega - aggiunge - è un partito abbastanza unito. C'è qualche paura. Stare al governo deve portare le riforme, ci deve essere un motivo».

PREMIER RASSICURA IL GOVERNO «Non vi preoccupate, state tranquilli, la maggioranza è solida e il governo anche perchè non ci sono alternative a questo governo», è il ragionamento che Berlusconi avrebbe svolto nel corso del Cdm. «Vorrei rassicurare tutti: adesso vedo Bossi; l'ho sentito ieri, state tranquilli con lui va tutto bene».
Berlusconi, nel corso del Consiglio dei ministri, si è raccomandato con i presenti sulla necessità di mostrare compattezza anche attraverso la presenza in Aula. Il premier ha ridimensionato le ripetute battute di arresto verificatesi ieri a Montecitorio: episodi come quello di ieri sono marginali, ha ragionato il presidente del Consiglio, ma sono incidenti che vengono enfatizzati dai media e strumentalizzati dalle opposizioni. Per questo è opportuno fare di tutto per evitare assenze.

BOSSI: NON AFFONDERO' COL PDL Bossi sibillino che non minaccia una crisi, ma non intende nemmeno farsi «trascinare a fondo» dall'eventuale sconfitta della Moratti a Milano; parte dei Responsabili che disertano il voto mandando sotto il governo per ben cinque volte; fra l'altro con alcuni di loro che, rimasti senza poltrone, minacciano pericolose scissioni; Claudio Scajola che torna alla carica chiedendo un cambio di rotta immediato a partito e governo e intanto lavora ad una corrente anche sul territorio; Mara Carfagna che minaccia di votare il testo del Pd sull'omofobia. Ce n'è abbastanza per costringere Silvio Berlusconi, che se ne sta rinchiuso nel bunker di palazzo Grazioli tutto il giorno, a dettare l'ordine di scuderia: meglio fermare le macchine del Parlamento e del governo, tutto deve rimanere congelato fino al voto dei ballottaggi. Perché il timore che la maggioranza si sgretoli ancor di più è troppo alto per correre rischi di nuovi pericolosi scivoloni. Una strategia che passa, gioco-forza, nel riallacciare i rapporti con la Lega che, se non viene considerata un «pericolo imminente» di certo non può essere derubricata a problema da poter rinviare.

TELEFONATA IN SERATA Ed è forse per questo che il Cavaliere e il Senatur si sentono in serata dandosi appuntamento per un chiarimento - il primo dopo le amministrative - a dopo il Cdm. Intanto spetta a Fabrizio Cicchitto tradurre la linea del premier, a iniziare dal rinvio dell'esame della legge sul testamento biologico a dopo il secondo turno delle amministrative. Meglio tenerla «al riparo da tensioni che possono essere accentuate dall'imminenza delle scadenze elettorali», spiega il capogruppo pidiellino. Persino il governo sembra subire i contraccolpi della batosta elettorale. Fino a tardo pomeriggio i ministri sono convinti che la riunione del Cdm slitterà alla prossima settimana. Poi, forse per non dare l'impressione della paralisi, il contrordine: la riunione viene convocata alle 8.30 e nell'ordine del giorno l'unico provvedimento significativo è, guarda caso, quello caro alla Lega relativo ai premi e le sanzioni per gli amministratori.

video Bossi: "Pisapia è matto" http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=gvvqubwz-rk




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20 maggio 2011
I segretari di circoscrizione: l'alleanza è una zavorra, ai gazebo non teniamo più la nostra gente

Lega, rivolta nella base: «Basta con Silvio»

I segretari di circoscrizione: l'alleanza è una zavorra, ai gazebo non teniamo più la nostra gente

I leghisti sono agri del Pdl: alle continue tensioni a livello locale e all'esito non proprio esaltante delle elezioni provinciali, vinte da Muraro ma incassando un calo di consensi, va ad aggiungersi il terremoto di Milano, che ieri ha fatto dire a Bossi: «Non fatevi illusioni sulla tenuta del governo... Di certo non ci faremo trascinare a fondo».

Ma lo sceriffo Giancarlo Gentilini, che la pancia dei padani la capta al volo, aveva tuonato già martedì, a urne ancora calde: «La Lega Nord deve tornare ad essere rivoluzionaria, come alle origini: oggi è meno combattiva anche a causa dell'alleanza con il Pdl. E infatti stiamo pagando il fio». Se va avanti così, fa capire Gentilini, andrà di male in peggio.

E infatti i militanti del Carroccio trevigiano la pensano ardentemente come lui: sperano che Bossi stacchi al più presto la spina al Pdl, con annessi e connessi.Basta sentire i segretari di circoscrizione e di sezione della Marca trevigiana, ossia il filtro tra la stanza dei bottoni e la base padana: «Se non ci fossimo alleati con il Pdl alle ultime elezioni provinciali - tuona Pierantonio Fanton, segretario di circoscrizione a Santa Bona, nel capoluogo - non avremmo vinto al primo turno, ma certo, correndo da soli, avremmo vinto al ballottaggio contro la Casellato, come nel 2002 capitò a Zaia contro il suo avversario. E quindi c'è da chiedersi: vale davvero la pena essere alleati con il Pdl? Leghisti come me dicono da sempre che bisogna rompere con i berluscones. Tanto più che già da settimane, prima delle elezioni, i militanti ai gazebo ci hanno tempestato con la solita domanda: "ma perché stiamo ancora con Berlusconi? A cosa serve?". E dopo le elezioni tanta gente mi ha detto che, se la Lega ha perso terreno, la colpa è stata dell'abbraccio con il Pdl. Lega che, ci tengo comunque a sottolinearlo, con i voti di Razza Piave resta il primo partito della città. Detto questo, il disagio della base è più che mai plausibile e tangibile».


Erich Zanata, altro segretario leghista di sezione del capoluogo: «Alla Lega è sempre andata stretta l'alleanza con il Pdl e anch'io dico che la nostra gente ai gazebo ce lo dice ogni giorno chiaro e tondo. C'è voglia più che mai di andare da soli: c'era già prima dei risultati delle provinciali, figuriamoci oggi. I militanti ci chiedono di mollare Berlusconi alle prossime elezioni».

Enrico Chinellato è il segretario leghista del capoluogo: «L'alleanza ha senso per noi solo allo scopo di raggiungere il federalismo per tornare padroni a casa nostra, altrimenti non serve a nulla».

Ma la rabbia cova se possibile ancor di più forte fuori del capoluogo, basta sentire Arnaldo Pitton, segretario della circoscrizione leghista dell'Opitergino-Mottense: «Il ritorno di fiamma della base c'è: andiamo da soli che non abbiamo bisogno di nessuno. Stando in alleanza con il Pdl anche noi leghisti ci siamo, come dico io, "imburriti". Se fossimo da soli, forse, tornerebbe la grinta delle origini. Paghiamo l'accordo a livello nazionale...».

Sonia Brescacin, segretario di circoscrizione del Coneglianese: «Se Bossi ci dicesse che salta l'accordo col Pdl, i militanti festeggerebbero subito, è ovvio dirlo. Il sentimento nella Lega è sempre stato questo: meglio soli»



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19 maggio 2011
Governo sotto 5 volte, Bossi: "Non mi faccio trascinare a fondo"

Governo battuto in Aula alla Camera nel corso delle votazioni delle mozioni sulla situazione delle carceri e sulle bombe a grappolo. "In buona sostanza - osserva Renzo Lusetti, dell'Udc - quando mancano i ministri e i sottosegretari, la maggioranza va sotto". La Camera rinvia a dopo i ballottaggi la decisione sulla verifica di maggioranza.


Umberto Bossi

Umberto Bossi

Roma, 18-05-2011

Mattinata difficile oggi alla Camera per il Governo, battuto quattro volte in aula su mozioni riguardanti la situazioni delle carceri. L'assemblea ha infatti approvato la mozione presentata da Futuro e Libertà su cui il Governo aveva espresso parere negativo.

Parla Bossi
"Certo non mi farò trascinare a fondo ma il fatto è che vinceremo al ballottaggio", dice i leader della Lega, Umberto Bossi, ai cronisti che chiedevano se il Carroccio ha intenzione di abbandonare il Pdl in caso di sconfitta della Moratti al ballottaggio a Milano.

Cade il governo? "Non fatevi illusioni"
"Non fatevi illusioni". Così Umberto Bossi ha risposto alle domande dei giornalisti sull'ipotesi di una caduta del governo in caso di sconfitta a Milano. Bossi, che ha parlato di campagna elettorale sbagliata a Milano ed ha negato di avere sentito Berlusconi, ha però avvertito il Pdl: "Di certo non ci faremo trascinare a fondo e comunque non perderemo al ballottaggio".

Primo rovescio
Il testo, a prima firma del capogruppo di Fli Benedetto della Vedova, impegna tra l'altro l'esecutivo "a predisporre sul piano normativo un complesso di riforme, dalla
depenalizzazione dei reati minori ad una più ampia e più certa accessibilità delle misure alternative alla detenzione" per "migliorare le condizioni di detenzione", ed è stato approvato con 264 sì e 254 no.

Secondo
Seconda battuta d'arresto per la maggioranza su una parte della mozione del Partito
democratico su cui l'esecutivo aveva espresso parere negativo, passata con 269
sì e 255 no.

Terzo
Subito dopo il governo è stato nuovamente battuto su una mozione
presentata dal Pdl, a prima firma di Enrico Costa. L'aula ha bocciato una parte del testo su cui il governo aveva dato parere favorevole con 268 no e
255 sì.

Quarto
Infine, Governo e maggioranza sono stati nuovamente battuti su una
parte della mozione presentata dall'Italia dei valori, su cui il governo aveva
dato parere negativo e che è stata approvata con 269 voti favorevoli e 257 contrari.

Tra gli assenti sempre 12 di Iniziativa Responsabile, due della Lega e 17 del Pdl. Alla votazione numero 5 non hanno partecipato al voto sempre 12 Responsabili, 17 Pdl e due Lega, mentre alla numero 8 oltre ai 12 di Ir non hanno partecipato al voto 15 del Pdl e sempre i soli due della Lega. A quest'ultima votazione, però, tra gli
astenuti, oltre ai due esponenti delle minoranze linguistiche Siegfried Brugger e Karl Zeller si e' aggiunto Domenico Scilipodi (Ir).

"In buona sostanza - osserva Renzo Lusetti, dell'Udc - quando mancano i ministri e i sottosegretari, la maggioranza va sotto".

Quinto. Governo battuto su odg IdV su bombe a grappolo
Governo battuto nell'Aula della Camera per tre voti su un ordine del giorno di Augusto Di Stanislao dell'Idv alla ratifica della Convenzione di Oslo sulla messa al bando delle bombe a grappolo. Il testo, su cui c'era il no del governo, è passato con 267 sì e 264 no.

Camera rinvia a dopo i ballottaggi la decisione sulla verifica
La data della verifica, chiesta del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sarà fissata alla Camera dopo i ballotaggi. La questione è stata affrontata oggi alla Capigruppo convocata per lo slittamento dell'esame del biotestamento.

Il presidente Gianfranco Fini, a quanto riferito da Dario Franceschini, si e' detto in linea con la decisione assunta ieri dal Senato di rimandare ogni valutazione a dopo la tornata elettorale del 29-30 giugno.

 




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18 maggio 2011
Amministrative milano ..alcuni giornali esteri

Amministrative, sconfitta anche personale per Berlusconi (che perde voti anche ad Arcore)

In questo articolo

 
















Berlusconi sconfitto, punito, bastonato. E' soprattutto il voto di Milano a indicare alla stampa estera che gli umori dell'elettorato sono cambiati. Il risultato delle amministrative nella città del premier è alla ribalta nei titoli, il capo del governo ci ha messo il suo nome e questo "rende la sconfitta ancora più personale", nota il Financial Times, che titola "La coalizione di Berlusconi vacilla dopo il voto di Milano".

Le elezioni, che - ricorda il Ft - Berlusconi aveva presentato "come un referendum su se stesso e sul governo", hanno mostrato che il Pdl, il partito del primo ministro, e la Lega Nord, suo principale alleato, hanno "perso sostegno nel cuore del loro elettorato del Nord Italia".
A Milano, Berlusconi "ha costruito la sua carriera commerciale e politica". E proprio nella sua città è sotto processo. Il premier di recente ha indicato che potrebbe farsi da parte per le elezioni politiche del 2013. Il responso delle urne nella terra del suo elettorato è considerato "cruciale" per la sua decisione, sottolinea il Ft, il quale non manca di far notare che il primo ministro ha perso voti perfino ad Arcore, dove ha la sua villa.

"E' la prima volta in 20 anni che il centrodestra non è riuscito ad avere più del 50% del voto" a Milano, che andrà al ballottaggio. Un altro test chiave è Napoli, e anche qui ci sarà il ballottaggio, cosa che "porrà ulteriori difficoltà a Berlusconi, i cui sostenitori hanno storicamente dimostrato una bassa partecipazione al secondo turno".
Il Financial Times osserva che, secondo i commentatori, il risultato di Milano è un segnale che "il voto moderato si è allontanato da Berlusconi", dopo una campagna, sua e della Lega Nord, caratterizzata da "invettive anti-immigrati".

L'Independent parla di "umiliazione politica" per Berlusconi, bocciato nel "voto test di Milano. Il premier aveva "personalmente dominato" la campagna per assicurare la rielezione della candidata del Pdl, Letizia Moratti. Ma la campagna del centro-destra, fatta di "giochi sporchi e fango", si è ritorta contro di lei, osserva l'Independent. Con una puntualizzazione: Berlusconi ha avuto la cattiva notizia "appena qualche ora dopo" essere uscito dal tribunale di Milano dove è processato con l'accusa di corruzione.

Toni prudenti, in genere, sulla stampa francese, se si eccettua Libération che parla di "grosso ceffone" per Silvio Berlusconi a Milano. Il giornale economico Les Echos sotto il titolo "Berlusconi perde la prima manche dell'elezione del sindaco di Milano" sottolinea che il premier aveva fatto dell'elezione milanese "un test politico nazionale".
Milano è "la capitale economica e morale dell'Italia" ma anche la "culla" della coalizione di governo, la capitale "virtuale" della Padania per la Lega Nord. Berlusconi, che qui è "a casa sua", si era gettato "a corpo morto" nella competizione. Ma, preoccupati per i sondaggi sfavorevoli, i responsabili della maggioranza comunale avevano "moltiplicato i colpi bassi" contro lo sfidante di centro-sinistra. L'attacco in tv a Giuliano Pisapia, in cui la Moratti l'ha accusato del furto di un veicolo, "ha avuto l'effetto di un boomerang".

"La destra rischia di perdere Milano, la sinistra grida vittoria", titola il Nouvel Observateur. Nonostante "un forte calo di popolarità, scesa al 31% in aprile", il Cavaliere si è impegnato personalmente nella campagna per sostenere la Moratti. E alla vigilia del voto aveva giudicato "impensabile non vincere a Milano".
L'appoggio della Lega Nord, ricorda il Nouvel Obs, è indispensabile per la sopravvivenza del governo, "indebolito" dalla rottura con Gianfranco Fini e dai numerosi processi di Berlusconi.

Misuratissimo, Le Figaro mette sul suo sito web un lancio Afp con il titolo: "Berlusconi in ballottaggio a Milano". Per la prima volta in quindici anni, la destra di Berlusconi "si trova costretta al ballottaggio a Milano, la capitale economica del Paese".

Interlocutorio, lo spagnolo El Mundo segnala che "la destra non ottiene Milano al primo turno", come sperava invece Berlusconi.

"Le urne castigano Berlusconi nel suo feudo di Milano" titola El Pais. Il "depresso" centro-sinistra ha ripreso un po' di fiato nel luogo più inatteso. Il Pd ha confermato la vittoria a Torino e Bologna, ma è Milano, "la capitale finanziaria d'Italia e la città simbolo del magnate e primo ministro", che ha lanciato "il più inatteso messaggio di castigo" a Berlusconi e alla Lega Nord, suo alleato. Anche la Lega Nord ha peggiorato i suoi risultati. È "un'ammonizione seria" a una "casta politica che tende a eternizzarsi nelle sue cariche e prebende", scrive El Pais, che inizialmente aveva titolato online "Milano dà una bastonata a Berlusconi".

Le agenzie si susseguono sul sito di El Economista: "Berlusconi perde a Milano quello che aveva definito come un referendum sul governo"; "Berlusconi ‘sorpreso e rattristato' per il calo del Pdl".



permalink | inviato da marika il 18/5/2011 alle 22:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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